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	<title>kirghisia</title>
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		... basta saper immaginare un'isola perché quest'isola incominci realmente ad esistere
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  <updated>2012-04-26T22:30:17Z</updated>

    
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        <title type="html"><![CDATA[“L E T T E R E D A L L A K I R G H I S I A”]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div><br></div><div>“L E T T E R E &nbsp; D A L L A &nbsp; K I R G H I S I A” &nbsp;</div><div>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; di Silvano &nbsp;Agosti.</div><div>PRIMA LETTERA</div><div><br></div><div>…basta saper immaginare un’isola, perche’ quest’isola incominci REALMENTE ad esistere.</div><div><br></div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">								</span>Kirghisia, 3 luglio</div><div><br></div><div>Cari amici,</div><div>non sono venuto in Kirghisia per mia volonta’ o per trascorrere le ferie, ma per caso.</div><div>Improvvisamente ho assistito &nbsp;al miracolo di &nbsp;una societa’ nascente, a misura d’uomo, dove ognuno sembra poter gestire il proprio destino e la serenita’ permanente non e’ un’utopia, ma un bene reale e comune.</div><div>Qui sembra essere accaduto tutto cio’ che negli altri Paesi del mondo, da secoli, non riesce ad accadere.</div><div>Arrivando in Kirghisia ho avuto la sensazione di “tornare” in un luogo nel quale in realta’ non ero mai stato. Forse perche’ da sempre sognavo che esistesse. Il mio strano “ritorno” in questo meraviglioso Paese, e’ accaduto dunque casualmente. Per ragioni tecniche, l’aereo sul quale viaggiavo ha dovuto fare scalo due giorni nella capitale.</div><div>Qui in Kirghisia, in ogni settore pubblico e privato, non si lavora piu’ di tre ore al giorno, a pieno stipendio, con la riserva di un’ eventuale ora di straordinario. Le rimanenti 20 o 21 ore della giornata vengono dedicate al sonno, al cibo, alla creativita’, all’amore, alla vita, a se stessi, ai propri figli e ai propri simili.</div><div>La produttivita’ si e’ cosi’ triplicata, dato che una persona felice sembra essere in grado di produrre, in un giorno, piu’ di quanto un essere sottomesso e frustrato riesce a produrre in una settimana. &nbsp;In questo il concetto di “ferie” appare goffo e perfino insensato, qui dove tutto sembra organizzato per festeggiare ogni giorno la vita.</div><div>L’attuale concetto occidentale di ferie, invece, risulta feroce, quanto la concezione stessa del lavoro, non soltanto perche’ interferisce in modo profondo con il senso della liberta’, ma perche’ ne trasforma e ne deforma il significato. Nel periodo di ferie, milioni di persone sono obbligate a divertirsi, cosi’ come nel resto dell’anno sono obbligate a lavorare senza tregua, a sognare di trovare un lavoro o a guarire dai guasti e dalle malattie, causate da un’ attivita’ lavorativa coatta e quotidiana.</div><div>Questo meccanismo delle otto ore di lavoro ogni giorno, produce da sempre tensioni sociali, nevrosi, depressioni, malattie e soprattutto la sensazione precisa di perdere per sempre l’occasione della vita.</div><div>La proposta risanatrice di questi invisibili orrori, si e’ risolta nello Stato della Kirghisia, dove sono state realizzate una serie di riforme che in pochi anni hanno modificato le abitudini e i comportamenti dei suoi cittadini.</div><div>La corruzione politica si e’ azzerata perche’ in questo Paese, chi appartiene all’apparato governativo, esercita il proprio ruolo in forma di “volontariato”, semplicemente continuando a mantenere per tutta la durata del mandato politico lo stesso stipendio che percepiva nella sua precedente attivita’. Quando ho saputo che ogni realta’ politica nasce da una forma di volontariato, ho finalmente capito perche’, ogni volta che vedo un rappresentante del parlamento italiano parlare alla televisione, c’e’ qualcosa sul suo volto che rivela un’incolmabile lontananza da cio’ che sta dicendo. Ecco, ora mi e’ chiaro che chiunque abbia, come i nostri deputati occidentali,uno stipendio minimo di quaranta milioni di lire (circa 20.000 euro) al mese, non puo’ in alcun modo essere convincente, in cio’ che dice, pensa o fa.</div><div>Qui in Kirghisia, la possibilita’ di dedicare quotidianamente alla vita almeno mezza giornata ha consentito la realizzazione di rapporti completamente nuovi tra padri e figli, tra colleghi di lavoro e vicini di casa.</div><div>Finalmente i genitori hanno il tempo di conoscersi veramente tra loro e di frequentare i propri figli.</div><div>I parchi sono ogni giorni ricolmi di persone e il traffico stradale e’ oltre quattro volte inferiore, dato il variare degli orari di lavoro.</div><div>Le fabbriche sono in attivita’ produttiva continua, ma chi fa turni di notte lavora solo due ore.</div><div>Gia’ al terzo anno di questa singolare esperienza e’ stato rilevato un fenomeno molto importante. Il consumo di droghe, sigarette, alcolici e’ diminuito in modo quasi totale e i farmaci rimangono in gran parte invenduti.</div><div>Certo, tutto cio’ puo’ sembrare incredibile a chi, come voi cari amici, e’ costretto a credere che l’attuale organizzazione dell’esistenza in occidente sia la sola possibile.</div><div>In Kirghisia, la gestione dello Stato, oltre ad essere una forma di volontariato, si esprime in due governi, uno si occupa della gestione quotidiana della cosa pubblica, l’altro si dedica esclusivamente al miglioramento delle strutture.</div><div>Ho incontrato il Ministro per il Miglioramento delle Attivita’ lavorative che ha in progetto, nel prossimo quinquennio, di ridurre ulteriormente per tutti il lavoro obbligatorio a due ore al giorno invece delle attuali tre. Il Ministro e’ convinto che solo una umanita’ liberata dal lavoro possa essere veramente produttiva.</div><div>E’ anche certo che si possa scoprire l’operosita’ del fare, solo realizzando, nel tempo libero, cio’ che si desidera.</div><div>Ho fatto bene a decidere di rimanere in Kirghisia, e non me ne andro’ finche’ continuero’ ad avere questa strana sensazione di vivere, qui, all’interno di un sogno comune.</div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">					</span></div><div>Un abbraccio a tutti.</div><div><br></div><div>SECONDA LETTERA</div><div><br></div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">							</span> Kirghisia 20 luglio&nbsp;</div><div><br></div><div>Cari amici,</div><div>la descrizione di questo mio viaggio in Kirghisia ha suscitato in voi singolari reazioni.</div><div>Mi avete inviato messaggi pieni di entusiasmo e di incredulita’, soprattutto rispetto al fatto che in questo delizioso Paese l’economia va a gonfie vele e ognuno, qualsiasi sia la sua attivita’, lavora a pieno stipendio un massimo di tre ore al giorno. Mi dovete credere, e’ difficie immaginare la serenita’ delle persone che sanno di avere garantiti non solo il necessario, ma anche il tempo per vivere.</div><div>Oggi ho chiesto di visitare le scuole. Pensavo di entrare, come da noi, in grandi edifici, suddivisi in aule, invece mi hanno portato in una decina di parchi, colmi di bambini e di giovani intenti a giocare. Ogni parco viene denominato “la valle della vita”. La valle della vita numero uno, numero due, ecc.</div><div>Qui i bambini dai cinque anni in su’ e i ragazzi fino ai sedici anni, giocano, tutto il giorno, alla presenza di persone adulte disponibili a risolvere qualsiasi problema.</div><div>Ogni adulto si prende cura ed e’ responsabile di venti tra bambini o ragazzi. E’ prevista un’interruzione a meta’ giornata, quando i genitori, finite le tre ore di lavoro al mattino, raggiungono i figli e pranzano con loro, spesso trattenendosi a giocare nel pomeriggio.</div><div>L’immagine di questi due o tremila ragazzi, ragazzini e bambini che si divertono inventando ogni sorta di giochi, mi ricorda le evoluzioni misteriose e spettacolari, le danze geometriche degli storni nel cielo di Roma in autunno.</div><div>Cosa desiderano il novantanove per cento dei bambini, ragazzi o giovani del mondo? Desiderano giocare, e infatti qui in Kirghisia semplicemente giocano, qui, dove tutto viene relazionato ai desideri degli esseri umani.</div><div>“Ma se giocano tutto il giorno quando studiano?” obbietto al mio accompagnatore.</div><div>Mi sorride.</div><div>“Loro non studiano, imparano.”</div><div>“Cioe’?”</div><div>Per tutta risposta fa cenno a un ragazzino di fermarsi.</div><div>“Quanto fa tremilacinquecentoquarantatre per sessantotto?”</div><div>Il ragazzo, col volto intriso di gioco e di vitalita’, guarda di sbieco verso l’alto per alcuni secondi e risponde rapido:</div><div>“Duecentoquarantamilanovecentoventiquattro.”</div><div>Poi riprende a correre con i compagni.</div><div>Ne ferma uno di forse otto anni.</div><div>“A cosa serve la milza?” Chiede.</div><div>“A produrre le piastrine che puliscono il sangue.”</div><div>“E il fegato?”</div><div>Con voce leggermente affannata ma ferma, guardandomi negli occhi, il ragazzino prosegue.</div><div>“E’ una centralina energetica, un serbatoio di glicogeno detto anche glucosio, inoltre produce la bile che serve per la digestione, e un sacco di altre cose...”</div><div>Poi, sorridendo, torna a giocare.</div><div>Ricordo una mia esperienza sulla via Tuscolana a Roma, in un liceo psicopedagogico, dove, durante un dibattito seguito alla proiezione del film “D’amore si vive”, ho chiesto invano a circa trecento ragazze se una di loro sapesse cos’e’ l’Imene (membrana importante del corpo femminile).Per interrompere un silenzio smarrito e imbarazzato, ho proposto all’insegnante di rispondere alla domanda. Non sapendolo a sua volta, la professoressa ha invitato bruscamente la scolaresca a parlare del film.</div><div>“Qui da noi in Kirghisia, i bambini crescono con la consapevolezza che il corpo umano, anche solo come macchina biologica, e’ un capolavoro della natura.</div><div>Lo conoscono e ne ammirano la perfezione. Scoprendo che il corpo umano e’ un capolavoro, la persona si relaziona a se stessa con lo stesso rispetto e cautela che si ha per un’opera d’arte e di conseguenza trattera’ anche i suoi simili, chiunque essi siano, come dei capolavori”.</div><div>Chiedo avvicinandomi a una ragazzina che si sta sistemando una scarpa: “Do you speak english?” (Parli inglese?) Le chiedo.</div><div>“I speak five languages” (Parlo cinque lingue) dice graziosamente e sfugge a un gruppo di altre bambine che evidentemente la stanno inseguendo.</div><div>“Ma com’e’ possibile?” Chiedo al mio amico kirghiso.</div><div>“Ha frequentato la Casa delle lingue, dove proiettano in dieci diverse lingue i film che piacciono ai ragazzi di ogni eta’. Comunque tutti i nostri ragazzi parlano almeno quattro lingue. Le parlano perche’ nessuno gliele ha insegnate, proprio come la lingua madre.”</div><div>Mi accompagna ai margini del parco, spiegandomi che il meccanismo dell’imparare e’ permanente e piu’ rapido di quello collegato allo studio, che, essendo quasi sempre obbligatorio, non penetra a fondo nella memoria conoscitiva e svanisce rapidamente con il trascorrere del tempo.</div><div>Lo studio impone l’apprendimento e quindi non nasce da un interesse o da un desiderio, ma da un obbligo.&nbsp;</div><div>Le nozioni che si apprendono con lo studio sono simili ai fiori recisi che vengono immessi nel vaso della memoria e, pur rinnovandosi, le parole prima o poi appassiscono.</div><div>Cio’ che si impara invece, nasce dal desiderio di sapere ed e’ simile a un seme messo a terra che poco a poco cresce, fruttifica, vive e si rinnova.&nbsp;</div><div>Per questo, imparare e’ un piacere raro, mentre studiare e’ spesso fonte di oppressione, inquietudini e malattie. Si direbbe che lo studio abbia come scopo di creare negli esseri umani una repulsione definitiva per ogni forma di sapere. Ma quando e come imparano questi giovani?</div><div>Tutt’intorno al perimetro del parco una serie di costruzioni a un piano, ognuna adibita a un diverso settore del sapere “Casa della filosofia”, “Casa della geografia” “Casa del corpo umano” “Casa degli animali” “Casa della letteratura”, “Casa delle lingue” “Casa della matematica” “Casa dei cibi” “Casa della storia”, “Casa della pittura”, “Casa dell’architettura” “Casa della musica” “Casa del teatro”, “Casa del cinema”, “Casa dei sogni”.</div><div>In queste “Case” i ragazzi e i bambini si rifugiano quando piove o quando lo desiderano. In ogni Casa funzionano: un ristorante mensa, un salone al pianoterra con centinaia di computers programmati per offrire tutte le informazioni sulla materia ospitata nella Casa, dalle origini ai giorni nostri. Un salone al primo piano, con una magnifica vetrata che da’ sul parco, con altrettanti computers nei quali sono esposte le varie teorie sugli sviluppi futuri della materia trattata e sui quali ogni ragazzo puo’ esprimere le proprie idee e dare il proprio contributo alla ricerca.</div><div>“Con il denaro che prima si spendeva per pagare gli ispettori scolastici, gli insegnanti, i presidi, i bidelli, i testi scolastici, possiamo nutrire tutti i giorni gratuitamente i nostri ragazzi e rinnovare le attrezzature ogni tre anni. Non esistono ne’ compiti, ne’ interrogazioni, ne’ diplomi. I nostri ragazzi imparano, ma non solo attraverso i giochi. Le conversazioni e le visite nelle varie Case, comunicano loro una serie molto vasta di informazioni.”</div><div>“Ho notato che nessuno fuma.”</div><div>“Inserire fumo nei polmoni e’ altrettanto insensato come mettere nel serbatoio di un’automobile una bottiglia di acqua o di aceto. E qui nessuno ci tiene a compiere azioni prive di senso.”</div><div>Ma come faro’ a riferirvi tutte queste importanti conquiste, le prime di questo paese che ha iniziato la sua evoluzione solo da dieci anni. Sembra proprio che l’essere umano, trovando in se’ una diversa dignita’, e intorno a se’ un rispetto reale per il diritto alla vita, veda svanire una serie di problemi e di crimini che, qui da noi, nel nostro Occidente, vengono ormai vissuti come inevitabili.</div><div>“Ma dopo i sedici anni di gioco cosa accade a questi ragazzi?”</div><div>“Ognuno di loro pratica nel lavoro la maturita’ che ha raggiunto visitando le varie Case, in diverse regioni del nostro Paese. Soprattutto, ovunque si trovi, dopo un contributo di tre ore di lavoro al giorno, viene messo nelle condizioni di avere il necessario per vivere, dunque semplicemente vive.”</div><div>E’ notte fonda, ma la luminosita’ di cio’ che ho visto oggi, insieme al sonno mi riempie gli occhi.</div><div><br></div><div>Vi saluto tutti,</div><div>cari amici, a presto.</div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div>UNA PARENTESI NON PREVISTA</div><div>Ho deciso di non trascrivere le risposte degli amici alle mie lettere dalla Kirghisia, ma questa di Stefano Boccatonda, che peraltro non conosco, mi pare particolarmente importante.</div><div><br></div><div>Caro amico,</div><div>un collega mi ha fatto leggere la tua lettera dalla Kirghisia di sabato, e sono rimasto sbalordito.</div><div>Mi presento sono Stefano Boccatonda. Mi e’ sembrato strano leggere nella tua lettera qualcosa che ricorda il noto slogan di altri tempi: “Lavorare meno. Lavorare tutti”. Voglio ringraziarti per avermi dato l’illusione, anche se solo per la durata di lettura della lettera, dell’esistenza di un nuovo modello di societa’, emanazione dell’emancipazione dell’uomo.</div><div>Continuero’ a chiedere all’amico di leggere le “lettere dalla Kirghisia” per affiggerle nella bacheca sindacale come mezzo di riflessione per i lavoratori, sperando in una contaminazione che faccia uscire dal conformismo e dall’omologazione le menti, per ribadire che un’altra societa’ e’ possibile.</div><div>Del resto l’avvento delle nuove tecnologie, riducendo vorticosamente i tempi produttivi aveva promesso di liberarci dall’oppressione del lavoro, purtroppo distribuito in orari che ci consentono appena la sopravvivenza e mai, proprio, mai di gustare i tempi vasti della vita se non in tarda vecchiaia, quando non ne siamo piu’ capaci.</div><div>Grazie, comunque, anche solo per il profumo dell’illusione.</div><div>Cordiali saluti</div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span>Stefano Boccatonda</div><div><br></div><div>Ho risposto con un telegramma.</div><div><br></div><div>Caro Stefano</div><div>Il desiderio di una diversa societa’ ormai e’ nel cuore di ognuno, forse anche di coloro che sembrano non volerla. Poco a poco, se tutto cio’ che rende felice la gente e’ stato possibile in Kirghisia, lo sara’ anche altrove. Forse anche da noi.</div><div>Grazie.</div><div><br></div><div>TERZA LETTERA</div><div><br></div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">								</span>Kirghisia 2 agosto</div><div><br></div><div>Cari amici,</div><div>alcune vostre lettere esprimono sempre piu’ stupore e incredulita’, nei confronti dell’esperimento sociale che vi vado raccontando. Chiedersi se sia o non sia reale, se esista davvero o no la Kirghisia, non deve in alcun modo sovrapporsi alla gioia che molti di voi hanno provato, anche solo di fronte a una descrizione esteriore e parziale di questa grande avventura sociale.</div><div>La vostra difficolta’ a credere che sia possibile organizzare la societa’ a favore degli esseri umani e non dei gruppi di potere, testimonia la sottomissione che vi imprigiona, impedendovi di vivere.</div><div>Spesso anch’io, pur constatando di persona le straordinarie conquiste di questo Paese, faccio fatica a convincermi che possano essere reali e permanenti.</div><div>C’e’, qui in Kirghisia, la stessa atmosfera che si respira a volte sui set cinematografici.</div><div>Si direbbe che qualcuno stia realizzando un film sulla societa’ ideale e che, una volta filmate le varie realta’ tutto possa essere smantellato e tornare al grigiore di una societa’ come la nostra fintamente efficiente, fintamente a favore dei cittadini, fintamente legata alla vita e, soprattutto, fintamente felice di esistere.</div><div>Molti ,in occidente, sembrano non accorgersi o aver dimenticato che le nuove tecnologie hanno diminuito enormemente i tempi di produzione, mentre gli orari di lavoro sono rimasti immutati.</div><div>Ancor meno ci si accorge che da oltre mezzo secolo i bambini, i ragazzi e i giovani vengono obbligati a starsene seduti, tra scuola e compiti, circa otto ore al giorno, e che, alla fine dei loro corsi di studi, il loro sguardo vaga smarrito o si esprime in un “boh!”.</div><div>Chi rifiuterebbe di avere ogni giorno piu’ tempo per “fare” finalmente cio’ che desidera, o per ampliare e gestire il proprio territorio di conoscenza e di amore?</div><div>Oggi, durante il pranzo, che abbiamo consumato insieme a un migliaio di giovani nel parco principale della Capitale, il mio accompagnatore si e’ lasciato andare ad una serie di riflessioni.</div><div>“Ognuno di noi e’ un capo di Stato, se non altro dello Stato che confina con se stessi. In fondo, la vera cultura sono i comportamenti e di questi ognuno di noi e’ autore, garante e responsabile.</div><div>Ogni essere che viene al mondo cresce nella liberta’ e si atrofizza nella dipendenza.</div><div>La Kirghisia e’ soprattutto il territorio in cui il cuore umano puo’ battere senza paure, perche’ qui si e’cercato e si cerca di eliminare ogni forma di dipendenza.</div><div>In questo piccolo paese, sperduto nel cuore dell’Asia, si tenta di portare al primo posto i desideri e le necessita’ degli esseri umani.</div><div>Ogni settore del sociale viene organizzato a misura d’uomo, nella consapevolezza che il soggiorno sul pianeta sia, per ognuno, un’occasione unica e irripetibile nell’arco intero dell’eternita’, e che quindi debba essere concepito nel modo piu’ favorevole alla vita.</div><div>Cosi’, oltre a limitare il tempo di lavoro e ad offrire un’esperienza formativa basata sul gioco e sull’informazione certa, qui si va disegnando un percorso esistenziale, dalla nascita fino al termine dell’energia vitale, capace di offrire a ognuno una serenita’ quotidiana priva di turbamenti.”</div><div>Ho trascritto per voi, cari amici, il senso del discorso che mi ha avvinto nel profondo del cuore, tanto che alla fine siamo rimasti a lungo in silenzio e abbiamo comunicato solo con qualche sorriso.</div><div>“Chi sono quelli vestiti di giallo?” Chiedo al mio accompagnatore.</div><div>“Sono persone che hanno rubato. A loro viene richiesto di vestire completamente di giallo per un periodo equivalente a quello che, altrimenti, dovrebbero trascorrere chiusi in una cella. Qui siamo tutti convinti che la sola condanna possibile sia la consapevolezza del delitto.</div><div>Per questo devono spiegare, a chi glielo chiede, le ragioni che li hanno spinti a infrangere una norma comunemente stabilita, quella appunto di non rubare. Tanto piu’ che le porte delle case qui da noi sono ormai quasi tutte aperte.”</div><div>Provo il desiderio di avvicinarmi a uno di loro, un uomo sulla quarantina con un minuscolo pizzetto bianco e i baffi neri.</div><div>“Chiedigli perche’ ha dovuto rubare.”</div><div>Il mio accompagnatore traduce lentamente.</div><div>“Io facevo il ladro, ho imparato da ragazzo e non sapevo fare altro. Prima che qui cambiasse tutto, entravo e uscivo di prigione. Sommando le condanne, l’ultima che mi hanno arrestato, dovevo scontare dodici anni di prigione.</div><div>La prigione e’ brutta, ti senti soffocare, minuto per minuto ti sembra di morire.</div><div>Per fortuna dopo qualche mese che ero rinchiuso tutto e’ cambiato qui in Kirghisia. Mi hanno fatto uscire subito dal carcere e posso vivere come tutti gli altri, devo solo finire i miei dodici anni vestito di giallo. Mi manca ancora un anno.”</div><div>“E per mangiare?” Chiedo. “Come fai per mangiare?”</div><div>“Vado al ristorante. Nel nostro Paese tutti mangiamo gratuitamente un buon pasto al giorno. Con i soldi che si spendevano per le armi, le prigioni, i tribunali, le guardie del corpo, i poliziotti, gli insegnanti, le sigarette, l’alcool, le prostitute, i ministri e i deputati, si possono nutrire gratuitamente, con un abbondante pasto quotidiano, tutti gli abitanti del Paese!”</div><div>L’uomo sorride al mio stupore e mentre si allontana vedo che un ragazzino lo avvicina e ha l’aria di chiedergli perche’ e’ vestito di giallo.</div><div>“E quelli vestiti di viola?”</div><div>“Quelli hanno ucciso e devono vestire cosi’ fino a sessant’anni, spiegando a loro volta a chi lo chiede, le circostanze che li hanno portati a compiere il delitto.”</div><div>Il mio accompagnatore fa un cenno a una donna abbastanza anziana completamente vestita di viola. La sua storia e’ emblematica, sotto il precedente regime ha ucciso il marito che era disoccupato e alcoolista e la tormentava. Il tribunale l’aveva condannata all’ergastolo, ora da dieci anni gira tra la gente vestita di viola.</div><div>“Ho raccontato migliaia di volte la mia storia e ora tutto sta per finire, perche’ tra poco compiro’ sessant’anni.”</div><div>Il mio accompagnatore conosce bene la donna.</div><div>“Cara Lidia, faremo una grande festa quando compirai gli anni.”</div><div>Poi mi si avvicina.</div><div>“Ogni anziano e’ nominato ad honorem ‘insegnante di vita’ e viene invitato nei parchi e alle televisioni a raccontare la propria visione del mondo.&nbsp;</div><div>Ognuno, quando compie sessant’anni ha diritto mangiare gratuitamente anche di sera in tutti i ristoranti e a circolare, sempre liberamente, su autobus, metropolitane, treni e aerei, nonche’ a frequentare cinema, teatri, mostre e concerti senza alcuna spesa. Ma degli anziani parleremo un’altra volta, qui in Kirghisia non abbiamo fretta.”</div><div><br></div><div>Amici cari, vi abbraccio.</div><div><br></div><div>QUARTA LETTERA</div><div><br></div><div>...in Kirghisia la notte e’ un incanto e appartiene a tutti.</div><div><br></div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">							</span> Kirghisia, 8 agosto</div><div>Carissimi amici,</div><div>vi sono grato per aver attenuato nelle vostre risposte lo stupore e l’incredulita’. Sono anche contento che vogliate saper tutto nei minimi dettagli. Provero’ ad accontentarvi e concludero’ questa lettera parlandovi dei delicati fiori azzurri che parlano d’amore. Ma prima devo proseguire a descrivervi, come promesso nell’ultima lettera, la condizione degli anziani.</div><div>“Cosa significa dunque essere anziani qui in Kirghisia?” Chiedo a una coppia che all’apparenza non sembra superare i cinquant’anni.</div><div>“Per noi che ne abbiamo quasi settanta a abbiamo vissuto gran parte della nostra esistenza prima di tutte queste riforme, significa poter godere della vita nella sua massima estensione e pienezza.</div><div>Ogni nostra giornata ha ritrovato il sapore dell’infanzia, con tempi e spazi privi di confini. Ce ne andiamo a visitare le Case dell’Arte, dove vengono custoditi &nbsp;non soltanto i capolavori, ma anche i disegni dei bambini e in questa festa di colori perdiamo i nostri sguardi, poi incontriamo altri anziani venuti da lontano e ci scambiamo i ricordi. Oppure frequentiamo liberamente le sale della Musica o i Cinematografi.</div><div>In ogni Cinema ci sono almeno due sale, in una vengono proiettati i grandi film del passato, i capolavori, e nell’altra o nelle altre i bei film del presente.</div><div>In ogni piazza ci sono i gruppi di lettura, dove i nostri attori, a turno leggono brani di letteratura. Andiamo a visitare quei pochi di noi che sono malati e facciamo il possibile per rendere meno pesante la loro condizione.</div><div>Prima delle riforme avevamo moltissimi ospedali: erano tutti pieni di ammalati. Ora abbiamo un solo ospedale per ogni citta’. Quando la gente e’ libera di vivere non si ammala e se per caso subentra qualche malessere, non c’e’ migliore ospedale di un corpo felice.”</div><div>La donna improvvisamente smette di parlare e indica con la mano un corteo di persone di ogni eta’ che avanza danzando nel grande viale del parco.</div><div>La delicata musica di un trio ambulante: violino, percussioni e fisarmonica, avvolge il corteo.</div><div>L’uomo sorride al mio stupore. “Abbiamo riscoperto le abitudini lontane dei nostri padri. Quando qualcuno cade in depressione, una gran quantita’ di gente si raduna intorno a lui e tutti ballano, finche’ anche il depresso esce dalla sua immobilita’ e si unisce agli altri, incominciando anche lui a ballare.</div><div>Vedi, il depresso e’ quello al centro di quel grande cerchio di gente e i suoi movimenti sono ancora un po’ lenti ma tra poco ballera’ come tutti gli altri e allora sara’ guarito.”</div><div>E’ un’immagine difficile da dimenticare, questa nube di corpi ondeggianti in armonia che avanza al suono di una delicata musica ritmica.</div><div>Gli strumenti musicali sono sparsi tra la gente e tutti quelli che sanno suonare partecipano, muovendosi con gli altri e sembra quasi che la musica esca dalla terra stessa. Non c’e’ angolo della Kirghisia dove qualcuno non stia giocando e lo spettacolo della vita si svolge incessantemente sotto gli occhi di tutti.</div><div>“Ho notato, dico al mio accompagnatore, che molti uomini e donne hanno un piccolo fiore azzurro al centro del petto.”</div><div>“Ah, il fiore azzurro. E’ semplice. Chiunque provi il desiderio di fare l’amore lo segnala agli altri, mettendosi un piccolo fiore azzurro sul petto in modo che sia piu’ agevole avviare il corteggiamento.</div><div>Un nostro studioso ha scoperto che gran parte dei guasti e dei tormenti che opprimevano la gente nella gestione dei sentimenti, derivavano dalla divisione delle tre componenti del mondo affettivo: la tenerezza, la sessualita’ e l’amore. Infatti la tenerezza vissuta senza sessualita’ e amore produce ipocrisia, la sessualita’ priva di tenerezza e amore produce pornografia e l’amore, privo di sessualita’ e tenerezza produce misticismo.</div><div>Fino a pochi anni fa anche noi vivevamo in una societa’ oppressa da questi mali. Ora che la tenerezza, la sessualita’ e l’amore fanno parte dei naturali comportamenti umani e’ scomparso tra noi ogni fenomeno di ipocrisia, di pornografia e di misticismo. Da voi in occidente come si vive l’amore?”</div><div>“Lasciamo perdere.” Dico chinando il capo un po’ vergognoso.</div><div>“Ho notato piuttosto che nelle vie delle vostre citta’ ci sono poche automobili e nessun mezzo pesante o furgone.”</div><div>“Qui da noi le consegne delle merci ai negozi e ai ristoranti, avvengono a notte fonda, quando le strade sono deserte. I veicoli da trasporto sono elettrici e non fanno alcun rumore.”</div><div>Il mio accompagnatore d’improvviso si allontana, apre una sorta di piccolo armadio dipinto di arancione, estrae la scopa e un minuscolo raccoglitore e spazza una parte del marciapiede. Mi rendo conto che all’esterno di ogni palazzo o abitazione c’e’ questo minuscolo armadio arancione.</div><div>“Fa parte della ginnastica quotidiana, indispensabile per sciogliere i muscoli. Chiunque noti per terra una qualche sporcizia, apre l’armadio e da’ il suo contributo.”</div><div>Ecco come si spiega l’incredibile nitore di queste strade e di queste piazze.</div><div>“Esiste da voi la pubblicita’?”</div><div>“Esisteva. Poi i nostri esperti di economia hanno scoperto che eliminando la pubblicita’ tutto veniva a costare meta’ prezzo e allora...”</div><div>“E allora?”</div><div>“Il nostro ministero per il miglioramento della vita ha proposto di sostituire alla pubblicita’ l’informazione e per qualsiasi nostra necessita’ veniamo informati da un piccolo programma nel computer che ci indica dove si puo’ trovare questo o quel prodotto, il piu’ vicino possibile alla nostra abitazione.”</div><div>Vedo seduta su una panchina una donna sorridente e serena. Mi attrae in modo particolare quel suo sorriso permanente.&nbsp;</div><div>Ha un piccolo fiore azzurro sul petto. Ecco, vuol comunicare a me e agli altri che ha il desiderio di fare l’amore.</div><div>Il mio accompagnatore toglie dal taschino un mazzetto di fiori azzurri e me ne porge uno. Mi avvicino e siedo accanto a lei. Cerco in modo maldestro di posare il piccolo fiore azzurro sulla mia giacca.</div><div>La donna nota le mie manovre imbarazzate, prende dalle mie dita il fiore e lo infila nell’occhiello della mia camicia.</div><div>Cari amici, mi accorgo che e’ notte fonda e la mia lettera questa volta non finirebbe mai. Ci sentiamo presto, riflettete sulla soavita’ degli incontri di chi porta su di se’ un minuscolo fiore azzurro.</div><div><br></div><div>Un abbraccio a tutti voi.</div><div><br></div><div>QUINTA LETTERA</div><div><br></div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">							</span>Kirghisia, 14 agosto</div><div><br></div><div>Miei carissimi amici,&nbsp;</div><div>molti di voi sono sempre piu’ increduli sull’esistenza di questa societa’ che, con il massimo entusiasmo, sia pure in modo frammentario, vado descrivendo nelle mie lettere.</div><div>Vi prego, in nome della nostra amicizia, di non cadere nell’inganno, definendo la Kirghisia un’utopia.</div><div>Riflettete sul fatto che gran parte di cio’ che vi circonda e appartiene alla vostra vita, un tempo neppure tanto lontano, veniva considerato un’utopia. Quando Leonardo da Vinci progettava le sue macchine volanti, cosi’ simili agli elicotteri di oggi, o si ipotizzavano le prime ferrovie o perfino quando si incomincio’ a parlare della pittura in movimento proiettata su grandi teli bianchi (il cinema), sempre si frenava ogni entusiasmo affermando che era impossibile, che si trattava di Utopie.</div><div>Del resto nel 1800 i grandi utopisti francesi teorizzavano, tra lo scherno dei contemporanei, un pranzo caldo al giorno per ogni cittadino.</div><div>Certamente sareste anche piu’ increduli se vi dicessi che, per incontrare il primo ministro qui in Kirghisia, e’ bastata &nbsp;una semplice telefonata e dopo meno di venti minuti parlavo con lui.</div><div>Dunque non e’ stato difficile farmi ricevere dal Primo Ministro del governo in carica, anzi, come segno di cortesia verso uno straniero, sono stato invitato a pranzo con lui dal Primo Ministro del Governo per il Miglioramento della Qualita’ della vita.</div><div>Del resto anche Indira Gandhi fece lo stesso e con analoga spontaneita’. Ricordo che durante l’intervista filmata le dissi: “Ho una domanda delicata da fare.”</div><div>E lei “Prego.”</div><div>“Ho saputo che le spareranno.”</div><div>Indira annunciando la risposta con un sorriso indimenticabile ha sussurrato “Che c’e’ di delicato nel fatto che mi uccideranno?”</div><div>Dopo qualche tempo, qualcuno le ha sparato.</div><div>Qui in Kirghisia invece, le probabilita’ che qualcuno spari al primo ministro sono nulle. Non solo perche’ le armi sono state seppellite con riti analoghi alla sepoltura dei defunti, ma perche’ nessuno ha una qualsiasi ragione per uccidere un proprio simile.</div><div>“Invece di continuare a seppellire i morti per arma da fuoco come si fa ogni giorno in altri Paesi, noi abbiamo seppellito le armi. Esistono ormai veri e propri cimiteri dove abbiamo accatastato armi e veicoli da guerra, monumenti di un’epoca che speriamo non torni piu’.</div><div>Qui essere Primo Ministro e’ una professione volontaria. Ognuno puo’ iscriversi alle liste del volontariato politico. Ogni tre anni si forma un nuovo governo, mentre quelli che hanno gestito il paese entrano a far parte del nostro secondo governo, che si occupa di migliorare le condizioni di vita e di perfezionare l’organizzazione dello Stato.”</div><div>Sono affascinanti questi cimiteri delle armi, dove strumenti micidiali di morte semisepolti, sembrano sprofondati nella terra. Abbiamo visto, su mia richiesta, uno di questi cosiddetti cimiteri delle armi.</div><div>Si tratta di grandi spazi, nei quali ogni genere di arma e’ semi sepolta e stupendamente ricoperta di ruggine come scriveva un antico poeta kirghiso:</div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span>“Vestite di ruggine le armi</div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span> &nbsp;e i vostri aratri</div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span> &nbsp;di riflessi lucenti”</div><div>Sotto vetro vicino ad ogni arma un piccolo cartello informa:</div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span>Questo mitragliatore</div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span>ha ucciso 850 esseri umani</div><div><br></div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span>Questo carro armato ha abbattuto</div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span>2300 abitazioni civili</div><div><br></div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span>Questo tipo di bomba</div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span>era in grado di uccidere</div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span>300.000 presone in pochi secondi</div><div><br></div><div><br></div><div>In alcune nicchie c’erano perfino alcune fotografie con titolo a eterno biasimo:</div><div><br></div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span>Costui ha inventato</div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span>le mine antiuomo, responsabili</div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span>della morte e della mutilazione</div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">		</span>di milioni di essere umani.</div><div><br></div><div>“Ma se una potenza straniera invade il nostro Paese?” Domando con acume tutto occidentale.</div><div>“Grecia capta, coepit victores. La Grecia, catturata, catturo’ i suoi vincitori. Come? Con la cultura. Qualsiasi popolo venendo a contatto con noi, si convincerebbe di quanto e’ semplice vivere in uno stato di permanente serenita’.</div><div>Li aspettiamo.”</div><div>Il Primo Ministro e’ un ometto sulla cinquantina, vestito sobriamente, con un ciuffo di capelli bianchi che gli schiarisce la fronte.</div><div>“Sono Primo Ministro solo da un anno e anch’io, come tutti in Kirghisia, lavoro tre ore al giorno.”</div><div>“Com’e’ possibile che uno Stato funzioni quasi da solo?”</div><div>“Il nostro principio motore e’ l’autogestione, a tutti i livelli. Ogni abitante e’ in pratica Autore del proprio destino. Tutti hanno familiarita’ con tutti.</div><div>Prima i ricchi vivevano isolati nelle loro ville. Erano prigionieri del loro benessere e, direttamente o indirettamente, determinavano una societa’ non serena, forse per rendere tollerabile il loro isolamento. Anche dopo le nostre riforme, hanno tentato di proseguire nella condizione di ricchi, isolandosi dagli altri, poi anche loro hanno dovuto aprire le porte e gli animi per partecipare al grande gioco della vita.</div><div>I loro parchi e i loro giardini sono stati aperti a tutti e finalmente le voci dei bambini riempiono quella che un tempo era solo una dorata solitudine.”</div><div>Mi accompagna lui stesso dall’altro Primo Ministro e suo collega, il capo del Governo per il Miglioramento, dal quale siamo invitati a pranzo.</div><div>Camminiamo a piedi in queste strade ampie, soleggiate e bonificate, perche’ libere dal traffico. La gente affacciata alle finestre saluta il Primo Ministro. Si direbbe non solo che tutti lo conoscono, ma che anche lui conosce tutti.</div><div>Mi vergogno al solo pensiero di chiedergli se non ha paura ad andarsene in giro senza guardia del corpo o senza la macchina blindata.</div><div>Intervistero’ anche il capo del Governo per il Miglioramento. Chi amministra, raramente ha la possibilita’ di migliorare le strutture operative, mentre un governo che si occupa solo di osservare il funzionamento delle istituzioni, puo’ migliorarle sempre piu’.</div><div>Il Primo Ministro del Governo per il Miglioramento e’ una donna. Ci riceve mentre sta annaffiando il giardino. Posa con grazia la canna dell’acqua, poi sorridendo “Volete accomodarvi? Il pranzo e’ pronto, ho cucinato io stessa.”</div><div>Ci fa strada fino a una deliziosa piccola veranda, dove sediamo a una tavola accuratamente preparata. Al centro un ampio vassoio con gli antipasti tipici della Kirghisia. “Polpa di granchio su tartine imburrate al mais.”</div><div>Segue un delizioso fritto di pesce con insalate appena colte. Durante il pranzo l’attenzione dei due ministri e’ concentrata sulle mie domande.</div><div>“Dunque volete che spieghi la funzione specifica del Governo per il Miglioramento del Paese? Il Governo per il Miglioramento ha il compito di individuare e proporre soluzioni migliorative in ogni settore della vita pubblica. Proprio oggi ho esaminato un progetto particolare che forse riusciremo a realizzare.</div><div>Si tratta di una cappa termica che interessa un centinaio di chilometri quadrati, capace di mantenere la temperatura della capitale al livello costante di 25 gradi. In pratica queste nuove tecnologie consentirebbero di determinare una primavera permanente, permettendo ai nostri cittadini di vivere, se lo desiderano, sempre all’aria aperta, giorno e notte.”</div><div>“E le stagioni e i cicli naturali del tempo?” Chiedo stupito.</div><div>“Le stagioni le andremmo a vedere ai confini della citta’. Ma ci vorra’ ancora qualche decina d’anni, il progetto va prima sottoposto a tutti i cittadini. Senza l’unanimita’, da noi, nessuna proposta viene attuata. Abbiamo calcolato col Ministro per il miglioramento delle finanze, che questo nuovo modo di vivere abbasserebbe il costo pro capite di ogni cittadino, consentendo di diminuire l’orario di lavoro a un’ora al giorno o, a scelta, un giorno la settimana.”</div><div>Questa mia nuova giornata in Kirghisia termina con una visita all’ospedale, completamente autogestito dai malati.</div><div>I meno gravi o i convalescenti si occupano di cucinare o di riordinare le stanze. I medici non hanno camici, ma sono vestiti della loro competenza.</div><div>Torna alla mente Franco Basaglia, che, dopo aver vinto la sua battaglia per mettere fuorilegge i manicomi e dopo aver liberato decine di migliaia di malati dai letti di contenzione e dagli elettroshock, diceva ai giovani medici “Non indossate il camice, la gente deve riconoscere chi e’ medico dal comportamento e non dalla divisa.”</div><div>Franco Basaglia, cittadino onorario della Kirghisia.</div><div><br></div><div>Amici cari, per ora vi saluto e vi abbraccio.</div><div><br></div><div>SESTA LETTERA</div><div><br></div><div>...in Kirghisia, quando compi 18 anni ti viene regalata una casa.</div><div><br></div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">							</span>Kirghisia, 18 agosto</div><div><br></div><div>Cari amici,</div><div>come potrete immaginare sono molto cambiato, da quando ho iniziato questo viaggio in Kirghisia. Poco a poco mi ha abbandonato quel senso di incredulita’, suscitato dagli eventi in un Paese tanto semplice e felice.</div><div>Non c’e’ piu’ traccia del dilemma sogno o realta’, che nei primi giorni impediva di vivere con gioia le scoperte che andavo facendo.&nbsp;</div><div>La gente dunque qui in Kirghisia lavora tre ore al giorno, i bambini imparano giocando, i deputati e i ministri fanno del volontariato. Chi ha il desiderio di fare l’amore lo segnala mettendosi un fiore azzurro sul petto, l’assenza dell’esercito e delle armi sta procurando a tutti i cittadini un buon pranzo caldo al giorno, gli anziani vengono venerati e tutto cio’ senza particolari investimenti economici. Semplicemente spostando, da parte di ognuno, il centro dell’attenzione sull’essere umano e i suoi naturali desideri.</div><div>Il mio accompagnatore racconta che non si e’ voluta fare una costituzione scritta, ma che tutti la sanno a memoria perche’ e’ brevissima e contiene quelle poche parole che consentono a ogni persona di vivere uno stato di serenita’. La costituzione kirghisa e’ dunque composta da un solo articolo, facile da ricordare e quindi non scritto:</div><div>“AL CENTRO DI OGNI INIZIATIVA, L’ATTENZIONE DELLO STATO E DEI CITTADINI VA INNANZITUTTO ALL’ESSERE UMANO.”</div><div>Potete fermare un qualsiasi cittadino kirghiso che vi passa accanto e vi dira’ in pochi minuti quelle informazioni essenziali che consentono alla macchina umana e sociale di funzionare bene. L’ho fatto e un buon kirghiso si e’ seduto accanto a noi e ha elencato i fondamentali bisogni e desideri di un essere umano, sotto ogni latitudine, a tutte le eta’, indipendentemente dalla sua estrazione sociale.</div><div>“Per funzionare bene il corpo umano deve innanzitutto saper dormire, il che non significa solo andarsene a letto e chiudere gli occhi. Esiste una vera e propria cultura del sonno.</div><div>Dopo aver dormito bene, ogni essere umano deve saper mangiare, evitando di introdurre nell’organismo una qualsiasi sostanza estranea ai suoi reali bisogni.</div><div>Poi deve saper lavorare, ma, come ormai qui da noi tutti fanno, lavorare il meno possibile, non piu’ di tre ore al giorno.</div><div>Ogni giorno deve saper imparare, qualsiasi cosa, ma sempre collegata al desiderio di conoscere, semplicemente come nutrimento della personalita’.</div><div>Deve saper dare, perche’ dare non e’ solo uno dei massimi piaceri ma anche un meccanismo di rinnovamento del pensiero e della personalita’.</div><div>Poi deve saper creare, lasciando una traccia di se’ e della propria unicita’, come dice il nostro poeta kirghiso:</div><div>“C’e’ qualcosa di piu’ sottile e profondo che voltarsi continuamente a contemplare il cammino percorso, il cammino sul quale, se non si sono lasciate tracce, si e’ persa per sempre la vita.”</div><div>Poi deve saper amare e saper fare l’amore, arte qui da noi prima affidata al caso e conosciuta solo superficialmente, ora divenuta materia di dialogo e di conoscenza.</div><div>Infine e’ fondamentale saper vedere quel velo di mistero che copre ogni cosa. Ovvero saper guardare gli oggetti e le persone che ci circondano ogni giorno, come se li vedessimo per la prima volta.”</div><div>Questi sono dunque gli otto bisogni e desideri naturali che, una volta soddisfatti, garantiscono a chiunque una stabile serenita’.</div><div>In Kirghisia e’ dovere principale di tutti non dimenticare mai che si vive una volta soltanto e ogni persona considera se stessa un capolavoro della natura e come tale concepisce i propri simili.</div><div>Nessuno, se non immerso in un’ignoranza totale, si sognerebbe di usare un quadro di Van Gogh come vassoio per il the’ o la Pieta’ di Michelangelo come attaccapanni.</div><div>“Qui da noi e’ chiaro a tutti che anche il piu’ sprovveduto degli esseri umani, messo a confronto con qualsiasi opera d’arte, anche la piu’ eccelsa, rivela qualita’ insuperabili e sublimi. L’essere umano vede, ode, sa muoversi, pensa, sogna, desidera, crea.</div><div>I nostri studiosi hanno formulato un’etica, una morale molto semplice: le leggi morali scritte riguardano solo individui disperati o infelici.</div><div>Nessuna persona serena e rispettata come capolavoro vivente, si sognerebbe mai di rubare, mentire o uccidere. Qui da noi circola la convinzione che ognuno e’ premiato o punito per cio’ che e’. Se qualcuno ruba e’ gia’ punito dal fatto di essere ladro.</div><div>Se qualcuno mente e’ gia’ punito dall’essere bugiardo” dice l’accompagnatore , mentre sorseggiamo una bibita in uno dei mille posti di ristoro gratuiti istituiti nel paese, con le paghe che prima venivano date a deputati e ministri.</div><div>Mi porta a casa sua, dove propone di vedere la televisione. In Kirghisia la televisione rende onore al proprio nome: televisione, vedere lontano.</div><div>Ogni televisore e’ collegato ad un piccolo computer, col quale e’ possibile allestire infiniti programmi, perche’ tecnici kirghisi hanno disseminato migliaia di telecamere in tutto il Paese. Cosi’, ognuno puo’ organizzare la sua trasmissione chiedendo al computer di vedere in sequenza le persone che stanno sorridendo, o collegarsi con le telecamere che stanno riprendendo giochi d’ogni sorta o punti d’incontro dove chiunque puo’ esprimere alla televisione il proprio pensiero o la propria creativita’.</div><div>“Quando il mondo vivra’ come noi, si potranno finalmente vedere, in diretta, oltre alla vita stessa, spettacolo inimmaginabile e sempre nuovo, le centinaia di tramonti che avvengono sul pianeta ad ogni istante, le migrazioni degli uccelli, e gli immensi silenzi dei deserti.”</div><div>Vedremo ogni giorno in diretta centinaia di tramonti, sempre diversi, sempre magnifici.</div><div>Vi lascio, amici, con questo progetto sublime.</div><div><br></div><div>Un saluto emozionato.</div><div><br></div><div>SETTIMA LETTERA</div><div><br></div><div>...con noi o senza di noi verra’ il tramonto e sara’ magnifico... &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;(poeta kirghiso)</div><div><br></div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">							</span>Kirghisia, 22 agosto</div><div><br></div><div>Cari tutti,</div><div>nelle vie e nelle piazze della Kirghisia non ho visto un solo poliziotto o un vigile urbano. “Ma la polizia? Esiste ancora in Kirghisia la polizia?”</div><div>Il mio accompagnatore sembra essere piu’ preparato alle mie domande, del resto sono domande che chiunque di voi farebbe visitando questo Paese.</div><div>“Ci sono i guardiani della pace incaricati di osservare che nessuno si comporti in modo scorretto. Fino a qualche tempo fa, gli ultimi poliziotti che abbiamo avuto, in casi estremi si servivano di armi che addormentano.</div><div>Invece di sparare pallottole mortali, l’arma era provvista di una capsula che iniettava nel corpo della persona da neutralizzare, una sostanza che addormenta.</div><div>Quasi tutti, al risveglio, erano talmente felici di non essere morti che si prestavano subito a riparare gli eventuali torti commessi. Ma ormai le persone hanno imparato a rispettarsi, a trattarsi l’un l’altro come capolavori e allora non c’e’ piu’ bisogno neppure delle pallottole che addormentano. Anche i poliziotti, come prima i militari, sono scomparsi dalla nostra societa’.”</div><div>Mi stupisce sempre piu’ questo paese dove la serenita’ si espande a macchia d’olio, per le strade, sui volti dei passanti, sui muri delle case, perfino nel muoversi armonico degli animali e dei bambini.</div><div>“Ma non vi annoiate a essere sempre felici?”</div><div>“Felici proprio non lo siamo ancora. Ci manca forse la vostra felicita’. Comunque siamo sulla strada giusta. Ognuno ormai ha il necessario per vivere bene, senza dover dare in cambio del lavoro il tempo della vita stessa.&nbsp;</div><div>Abbiamo ben presto capito che chi lavora meno produce di piu’ e meglio. Come potremmo annoiarci, visto che abbiamo mille occasioni per scoprire sempre piu’ la vastita’ della vita.</div><div>Al tempo in cui ognuno di noi separava continuamente il bene dal male e il male sembrava essere divenuto il prezzo indispenasbile del bene, anch’io ero convinto che una vita serena, troppo serena, sempre serena, potesse portare noia. Poi ho scoperto la creativita’, emozione indistinguibile, che nessuno prima poteva provare, perche’ tutti avevano sempre da fare e il tempo dell’esistenza era ogni giorno piu’ esiguo e portava la maggior parte degli uomini alla depressione, spesso alla disperazione.</div><div>Avevamo dimenticato, tutti, che sul pianeta si vive una volta soltanto e che l’occasione della vita e’ unica e non si ripete.</div><div>Ci avevano costretti a credere che fosse necessario solo lavorare, lavorare e lavorare.</div><div>Poi avevamo anche dimenticato l’inestimabile valore di ognuno di noi e ci svendevamo per poco denaro a datori di lavoro voraci, senza avere in cambio altro che l’ansia per il futuro e la depressione come traccia del passato. Inoltre eravamo talmente lontani da noi stessi che perfino ringraziavamo quelli che, dandoci un lavoro, ci toglievano il tempo indispensabile per vivere.</div><div>Ma ora tutto questo e’ finito.</div><div>In pochi anni abbiamo sconfitto la corruzione politica, le droghe, la prostituzione, la pubblicita’, le malattie nervose e organiche da stress, l’ostilita’ degli uni verso gli altri, quasi sempre causata da scarsa stima in se stessi.</div><div>Le ricerche sulle cellule staminali si sono sviluppate rapidamente e siamo ormai in grado di guarire un numero elevatissimo di malattie.”</div><div>Osservo anziani estasiati che salgono e scendono gratuitamente da autobus e treni, e la gente che ogni giorno conversa sulle panchine dei viali, come da noi accade raramente o solo nei giorni festivi.</div><div>Mi avvicino per capire di cosa stiano parlando e prego il mio accompagnatore di tradurre.</div><div>“Parlano degli orti.”</div><div>Un ragazzo di dieci anni sta mostrando a un gruppo di compagni che, attraverso una serie di lenti, e’ riuscito a catturare l’energia solare e ad arroventare una piastra, sulla quale ha cucinato una zuppa di verdura.</div><div>“Questa e’ la zona degli orti. Li chiamano “gli orti della luna”, perche’ spesso gli anziani ballano fino al sorgere della luna. Ogni orto e’ stato affidato ad una famiglia.</div><div>In questa zona ce ne sono circa diecimila.</div><div>Ogni famiglia qui da noi ha in dotazione un orto e, in genere, gli anziani lo coltivano procurando verdura fresca per tutto l’anno.”</div><div>Per la prima volta ho la fierezza di un ricordo. Anche il mio amico Mario Tommasini, operaio del gas, divenuto assessore alla sanita’ di Parma, gia’ vent’anni fa aveva occupato insieme agli anziani qualche chilometro quadrato di terra del comune alla periferia della citta’. Poi vennero distribuiti oltre duemilaquattrocento orti ad altrettanti anziani che, invece di starsene rintanati dietro le finestre o al bar, avevano incominciato a coltivarli. Anche i figli, che altrimenti li visitavano raramente, avevano ripreso ad incontrarli, se non altro per portarsi a casa della buona verdura fresca.</div><div>Poi pian piano erano sorte le prime balere e ogni giorno gli anziani ballavano quelle due orette dopo aver lavorato nell’orto e prima di innaffiarlo per la notte. E nascevano gli amori e una donna di ottant’anni si lamentava, dicendo che gli uomini preferivano corteggiare quelle piu’ giovani, quelle di settant’anni.</div><div>Insomma, anche li’, come ovunque qui in Kirghisia, avevo avvertito il profumo della vita e della gentilezza.</div><div>“Vieni, ti faccio vedere qualcosa di particolare.”</div><div>Il mio accompagnatore mi fa salire su una collinetta e di li’ vediamo, al centro di un immenso prato, una tavola lunga almeno trecento metri, imbandita, intorno alla quale sono sedute alcune centinaia di cittadini della Kirghisia.</div><div>Mangiano felici e scambiano ricordi e progetti. Mi avvicino e qualcuno indica un posto vuoto.</div><div>“Siedi, quel posto e’ riservato a te. A ogni tavola piccola o grande della Kirghisia c’e’ un piatto intatto, preparato per un eventuale ospite. Chi arriva deve avere la sensazione che gli altri, tutti gli altri, lo stavano aspettando.”</div><div><br></div><div>Amici cari, come non abbracciarvi?</div><div><br></div><div>OTTAVA LETTERA</div><div><br></div><div>...o amore, in quale abisso di infiniti mari, giace il tesoro del tuo ritorno?</div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">	</span>(poetessa kirghisa)</div><div><br></div><div>Cari amici miei,</div><div>dopo le meraviglie viste nelle citta’, ho avuto il desiderio di visitare un villaggio della Kirghisia. Il mio sguardo si e’ spostato oltre le periferie, in un piccolo paese di circa tremila abitanti, proprio quello in cui e’ nato il mio interprete e accompagnatore.</div><div>Ci arriviamo rapidamente perche’, qui in Kirghisia, se chi guida ha uno o piu’ posti liberi sulla macchina, espone un piccolo quadrato verde e chi va nella stessa direzione fa un cenno e viene trasportato.</div><div>Ai bordi delle strade, di tutte le vie, strisce lunghe e strette di terra coltivate a erba e fiori, offrono a chi percorre una visione gioiosa. Le porte delle case sono socchiuse, come si usava anche da noi nei villaggi fino a mezzo secolo fa.</div><div>Sui muri esterni delle abitazioni sono appesi in bella mostra, quadri di pittori locali raffiguranti le attivita’ agricole e i paesaggi che si vedono tutt’intorno al paese.</div><div>Sui marciapiedi c’e’ chi suona, chi dipinge, chi balla da solo o in coppia, e a ogni angolo di strada e’ sistemato un piccolo chiosco dove chiunque puo’ dissetarsi con bibite offerte dalla comunita’.</div><div>Di fronte a questo brulichio di artisti e di bambini, di gente in vario modo allegra, chiedo che festa particolare si stia celebrando.</div><div>“Nessuna, qui da noi ogni giorno si festeggia la vita.</div><div>La gente ormai ha riscoperto il miracolo di esserci e lo stare insieme e’ diventato per tutti lo scopo principale.”</div><div>Cerco di immaginare questo strano sentimento che abbatte i recinti angusti delle porte chiuse e fa in modo cha la famiglia si estenda a dimensioni sempre piu’ vaste.</div><div>E’ lo svanire progressivo e inarrestabile del concetto di estraneita’.</div><div>Mi emoziona poter valutare ogni nuova persona che incontro, come un ulteriore patrimonio che la vita mi offre. Ogni estraneo e’ la parte sconosciuta di noi che il destino ci offre, ogni incontro e’ portatore di mistero, scrive un altro poeta kirghiso. Al centro della piazzetta principale del villaggio e’ sistemato uno schermo cinematografico, molto ampio, dieci, dodici metri circa. Chiedo al mio accompagnatore il perche’ di quel gigantesco schermo. Torneremo questa sera. Allora capirai dice con aria misteriosa.&nbsp;</div><div>Poi mi porta a visitare il consiglio comunale. I consiglieri comunali, come i deputati, prestano la loro opera in forma di volontariato, continuando semplicemente a percepire dalla comunita’ lo stesso stipendio che ottenevano dalla loro professione. Un primo consiglio si occupa della gestione del villaggio, il secondo consiglio comunale ha il compito di progettare e proporre il miglioramento delle strutture, proprio come accade per il governo di questo paese. In questo momento stanno discutendo la possibilita’ di realizzare anche qui i marciapiedi mobili, che consentano alle persone di percorrere lunghi tratti di strada senza troppo affaticarsi dice l’accompagnatore. Il sindaco interrompe il dibattito e da’ il benvenuto a nome della cittadinanza.&nbsp;</div><div>“Da dove vieni amico?”&nbsp;</div><div>“Dall’Italia.”&nbsp;</div><div>“E come si svolge do voi la vita?”&nbsp;</div><div>“Beh, la gente lavora, guarda la televisione e se ne va in giro in macchina.”&nbsp;</div><div>“E quante ore lavorano in generale?”&nbsp;</div><div>“Sei, otto ore al giorno. Qualche volta anche piu’.”&nbsp;</div><div>I consiglieri si guardano stupiti e al sindaco sfugge la battuta. “Ma quando vivono?” “La domenica e un po’ la sera.” rispondo timidamente.</div><div>Un’amichevole risata, riempie la grande aula del consiglio. Il sindaco si avvicina e mi stringe la mano. L’interprete rinfrancato traduce. Perdoni la risata, ma qui da noi tutti lavorano tre ore al giorno e stiamo studiando il modo per ridurle a due.&nbsp;</div><div>La sensazione di attraversare un grande sogno non mi abbandona. Sembra che tutto, in Kirghisia si semplifichi nella concordia comune.&nbsp;</div><div>Verso sera raggiungiamo la piazza principale. Di fronte al grande schermo ci sono numerose persone in attesa. Al giungere del crepuscolo lo schermo si illumina e vi si legge il titolo “Memorie del sorriso”. Poi in primo piano, uno dopo l’altro appaiono i volti degli abitanti. Ognuno resta sullo schermo il tempo necessario per un sorriso e sotto il volto appare il suo nome. Bambini, donne, anziani, uomini di ogni eta’, uno dopo l’altro e ognuno ha un suo sorriso, unico ed irrepetibile. La gente viene qui, ogni sera per vedere il proprio viso sorridente, gigantesco e i volti di tutti coloro che abitano nel villaggio. Visto che il sorriso non porta in se le barriere della lingua, mi emoziona entrare in contatto con tutti questi kirghisi, divenuti ormai veri esseri umani. “Quando appare il tuo viso?”</div><div>“Alle dieci precise.” Risponde fiero l’accompagnatore. Nel villaggio abitano tremila persone e dato che l’immagine di ogni volto e’ di cinque secondi, il film di tutta la popolazione dura circa quattro ore.&nbsp;</div><div>“Ogni quanto tempo proiettate il film dei sorrisi?”&nbsp;</div><div>“Tutte le sere e per sempre.”&nbsp;</div><div><br></div><div>Amici, che ne dite? Un abbraccio particolare.</div><div><br></div><div>NONA LETTERA</div><div><br></div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">	</span>Kirghisia, 28 agosto</div><div><br></div><div>Carissimi,&nbsp;</div><div><br></div><div>ormai molti di voi hanno smesso di credere che la Kirghisia esista veramente e tentano con ogni mezzo di smascherarmi o di confutare questa realta’. Sostengono che l’economia ha le sue leggi, che un paese non puo’ inventarsi in pochi anni un’organizzazione della societa’ veramente in grado di dare la felicita’ ad ognuno. Cari amici, vedete che vi e’ impossibile perfino concepire una comunita’ umana a misura d’uomo?</div><div>Vuol dire, forse, che nei vostri cuori non c’e’ alcuna traccia di amore per voi stessi e conseguentemente per gli altri e per la vita. Altrimenti il primo pensiero sarebbe questo: “In fondo quello che ci viene descritto della Kirghisia e semplicemente un mondo senza paure, senza accumuli inutili di ricchezze, senza sprechi, senza poteri criminalizzati e criminalizzanti. Tutto cio’ non ha nulla a che fare ne’ con l’economia ne’ con le vere necessita’ degli uomini. Ma per fortuna c’e’ qualcuno di voi che ha subito trasformato i contenuti delle mie lettere in una realta’ vissuta. Per esempio Gigi che mi scrive:</div><div>“ Da alcune settimane nella mia famiglia abbiamo fondato una piccola Kirghisia. Io, la mia compagna e i nostri quattro figli, ci siamo distribuiti il lavoro domestico, ciascuno secondo le sue possibilita’. E’ fantastico. Ognuno di noi a turno dirige l’andamento della casa per una settimana. Sembra un gioco, ma la nostra vita, una volta spezzati i ruoli e’ leggera come l’ala di una farfalla (e’ un’espressione di Cinzia, 6 anni, la piu’ piccola).</div><div>Ora che mi sono convinto a lavorare solo tre ore al giorno e ho tempo di stare con i miei bambini, continuo a sorprendermi. O meglio, la vita che vedo attraverso di loro mi sorprende ogni giorno di piu’. Molti si stupiscono della nostra unione e della nostra serenita’. La sera i bambini mi portano i loro disegni, che, con una piccola ma ormai indispensabile cerimonia, appendiamo accanto al mio letto”</div><div><br></div><div>Un caro saluto.</div><div>Gigi</div><div><br></div><div>Cari amici, non dovete pensare che con le mie lettere dalla Kirghisia abbia l’intenzione o l’illusione di cambiare il mondo. Voglio solo descrivere una societa’ effettivamente capace di rinnovarsi. Prima di lasciarvi ho pensato di condividere con voi la conferenza cui ho assistito questa sera nel parco principale della citta’. Ho registrato il discorso e sono in grado di trascriverlo questa volta fedelmente.</div><div><br></div><div>“Gentili amici kirghisi, sono stato invitato a trattare il tema della coppia. Credo si tratti di uno dei temi fondamentali in qualsiasi cultura. Noi, gruppo di ricerca sull’argomento, abbiamo qui in Kirghisia raggiunto i seguenti risultati.&nbsp;</div><div>Il naturale percorso di maturazione dell’essere umano e’ il seguente: per la donna: femmina?donna?persona. Per l’uomo: maschio?uomo?persona. Nelle altre societa’ moderne, presumibilmente per ragioni di potere, un tale sviluppo viene sistematicamente negato e sostituito con altri percorsi. Per la donna: femmina?quasi donna?moglie?madre per sempre.</div><div>Per l’uomo: maschio?quasi uomo?marito?lavoro per sempre.</div><div>Questi esseri malsviluppati, interrotti nella loro crescita naturale, vengono poi costretti a convivere in uno spazio comune e a trascorrere l’intera esistenza, dividendo spesso, in modo non equilibrato, difficolta’ e frustrazioni. Si tratta invece di far si’ che, sia gli uomini che le donne, raggiungano, prima di prendere qualsiasi decisione, il livello di persone, vale a dire risultino autonomi economicamente, psicologicamente e affettivamente. Ambedue, in questa prospettiva, se decideranno di condividere la vita, si offriranno reciprocamente la loro liberta’ e non la loro dipendenza.”</div><div><br></div><div>Un lungo applauso ha salutato quest’ultima frase del conferenziere e il resto della serata e’ trascorso discutendo con gentilezza un tema cosi’ importante.</div><div><br></div><div>Va detto che in Kirghisia ormai, a ogni cittadino che raggiunge la maggiore eta’, viene attribuita un’abitazione. Cari amici, anche questa sera me ne vado a dormire col cuore gonfio di gioia e di serenita’. Prima di prender sonno mando a voi tutti un saluto colmo di affetto.&nbsp;</div><div><br></div><div><br></div><div>...In Kirghisia un fiore azzurro e’ grande piu’ del cielo... &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;(adolescente kirghiso)</div><div><br></div><div><br></div><div>DECIMA LETTERA<span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">	</span></div><div><br></div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">	</span>Kirghisia 30 agosto</div><div><br></div><div>Cari amici questa e’ l’ultima lettera che invio dalla Kirghisia, almeno per ora. Ben presto dovro’ rientrare, lasciare quest’angolo raro di serenita’, quest’oasi di rinnovate certezze nella grandiosita’ della vita.</div><div><br></div><div>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; BREVE RIASSUNTO</div><div><br></div><div>Rientrando in Italia tornero’ per cosi’ dire “indietro” nella Storia per ritrovare il caos del traffico, (qui in Kirghisia l’aria e’ tornata pura) verifichero’ la disperante quanto inutile organizzazione del lavoro (qui tutti lavorano tre ore al giorno che ben presto diventeranno due).</div><div><br></div><div>Ritrovero’ il tormento dell’istituzione scolastica dove, come diceva gia’ Shakespeare: “lo scolaro, come una lumaca, si trascina controvoglia verso la scuola” (in Kirghisia invece i bambini e i giovani giocano tutti i giorni fino a sedici anni nei parchi e, quando piove, imparano dai computer quello che hanno bisogno di conoscere in qualsiasi ambito dello scibile umano).</div><div><br></div><div>Ritrovero’ “governanti” d’ogni genere con i volti ingessati dai privilegi, dallo stipendio mensile minimo di cinquanta milioni (circa 25.000 euro), mentre qui in Kirghisia chi opera nelle strutture di governo fa’ del volontariato.</div><div><br></div><div><br></div><div>&nbsp;Tornero’ a vedere gli anziani, barricati nelle loro case, seminascosti dagli stipiti delle finestre, spiare un mondo che li rifiuta, murati vivi nell’abbandono sociale e nella sopportazione dei familiari, attenti a non superare i margini esigui di una misera pensione (qui invece gli anziani, compiuti i sessant’anni, hanno diritto, come in occidente solo i deputati, al ristorante gratuito, a treni e aerei gratuiti, all’ingresso privilegiato e anch’esso gratuito nei cinema, nei teatri e nei musei e inoltre ad ogni anziano, qui in Kirghisia, viene attribuita una piccola porzione di terra dove, se vuole, &nbsp;puo’ coltivare ortaggi e fiori da distribuire).</div><div><br></div><div>Ritrovero’ nel nostro tormentato paese i morti per conflitti a fuoco (qui le armi sono state dapprima sostituite con pistole e fucili che sparavano proiettili capaci di addormentare poi bandite e, oggi non c’e’ piu’ bisogno di alcuna arma, dato che ognuno ha la certezza di poter vivere una vita serena). Rivedro’ le lunghe file di prostitute nelle strade periferiche e centrali delle citta’ (in Kirghisia chiunque desideri fare l’amore appunta un piccolo fiore azzurro al petto, semplificando le relazioni amorose rendendole naturali, frequenti e articolate.)</div><div><br></div><div>Ritrovero’ le miriadi di ospedali e di pronto soccorso (qui in tutto il paese ci sono solo tre magnifici ospedali, del resto semideserti, visto che pochissimi ormai si ammalano, avendo abbandonato la pratica perversa del fumo, della droga e dell’economismo a tutti i costi, perversioni dovute a esistenze intrise di nevrosi, di fretta e di frustrazioni).</div><div><br></div><div>Rivedro’, tornando, i volti pasciuti e sazi (ma mai felici) dei ricchi e i volti stanchi, esausti e delusi che affollano le strade e le metropolitane (qui con quello che si spendeva prima per l’esercito, per la pubblicita’, per i burocrati, per i governanti, si e’ procurato un buon pranzo gratuito a tutti i cittadini di questo benedetto paese, questa Kirghisia, che per prima, a &nbsp;quanto pare, ha scoperto che non occorre denaro per vivere una vita intensa e appassionante).</div><div>Basta stabilire un reciproco, profondo rispetto tra queste opere d’arte preziose e uniche che sono gli esseri umani, liberandoli dalle ragnatele del lavoro coatto, dalla muffa dei sentimenti obbligatori, dagli inutili tormenti della realta’ scolastica, dalla polvere fastidiosa della mediocrita’ culturale e televisiva, ma soprattutto dalla certezza che, se anche qualcuno ti spara, dopo poco ti risveglierai, o ancor meglio mettendo nel cuore di ognuno la convinzione che nessuno avra’ mai piu’ una qualsiasi ragione per eliminare un proprio simile.</div><div>Tutto cio’ in virtu’ del primo articolo di una costituzione non scritta, ma realizzata, che prevede e consente “l’amorosa autogestione” del proprio destino, nella consapevolezza che il bene di tutti e’ il bene di ognuno e che il bene di ognuno e’ il bene di tutti. Lascio questo paese con lo stesso sentimento che provano i bambini quando, immersi in un gioco appassionante, vengono chiamati e interrotti per questo o quel motivo.</div><div>Interrompo, spero solo temporaneamente, questo gioco meraviglioso di una societa’ in cammino verso la propria realizzazione, decisa a dimostrare che, una volta eliminati i conflitti, i litigi, le ipocrisie personali o istituzionali, le imposizioni pubblicitarie, le vacanze obbligatorie e di massa, e soprattutto l’obbligo di un lavoro coatto, un’immensa energia e disponibile per il bene di tutti. Solo con una tale energia e’ possibile avviare un processo di liberazione dall’angoscia di una sopravvivenza precaria, liberare tutti da un destino non voluto e forse, in ultima analisi, perfino liberarsi dall’ineluttabilita’ della morte. Ho abbracciato la mia guida e, mentre l’abbracciavo, mi sono accorto che infilava furtivamente nella tasca della mia giacca un minuscolo, grazioso mazzetto di fiori azzurri.&nbsp;</div><div><br></div><div>A presto, cari amici.</div><div><br></div><div>POST SCRIPTUM</div><div><br></div><div>Ero dunque gia’ all’aeroporto e stavo per imbucare quest’ultima lettera, quando una forza misteriosa mi ha fermato e mi sono trovato immobile a osservare, dalla vetrata dell’atrio, il mio aereo che decollava, senza di me. Sono tornato nella citta’ capitale della Kirghisia e ho chiesto di riavere il piccolo appartamento che mi avevano assegnato. Tutti i nuovi amici di qui, rivedendomi, hanno fatto gran festa. Insomma, ho capito che non ho il coraggio da tornare, vediamo se avete Voi il coraggio di venire in Kirghisia.Voglio vivere la seconda meta’ della vita tra questa gente serena, capace di ridare a ognuno il senso della sua preziosita’. In fondo e’ l’unica vita che ho. Ne ormai vi scrivero’ piu’. Sapete abbastanza della Kirghisia per informare chiunque che “esiste, nel mondo, il primo Paese in grado di offrire all’essere umano ogni attenzione e rispetto”.</div><div>Ma, a chi dirlo?</div><div>Al vento, forse, che porti ovunque queste riflessioni, quasi fossero la voce stessa della natura.</div><div><br></div><div><br></div><div>Gli amici cui ho scritto le lettere dalla Kirghisia sono:</div><div>Giuliana Zamariola</div><div>Angela Agosti</div><div>Monica Roecker</div><div>Gabriella Dina</div><div>Tommaso Melis</div><div>Myriam Fletcher</div><div>Alessandro Perrotta</div><div>Paola Tinari</div><div>Lorenzo Agosti</div><div>Elisabetta Luzzardi</div><div>Mario Pirolli</div><div>Fabio Volo e idealmente, tutti i miei simili.</div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div>Ho raccolto le numerose lettere ricevute in risposta alle mie e, scegliendone una a caso, e’ emersa la lettera di Fabio Volo, che qui trascrivo.</div><div><br></div><div>Ciao Silvano</div><div><br></div><div>Dovrei iniziare questa lettera chiedendoti come stai ma, leggendo le tue lettere dalla Kirghisia, diventa una domanda superflua. Neanche a farlo apposta ho pochissimo tempo per scriverti, devo andare di corsa &nbsp;a fare un lavoro importante. Da quando pero’ ho condiviso un po’ di Kirghisia con te, mi chiedo molte cose.&nbsp;</div><div>Primo: perche’ sono sempre di fretta? Secondo parlando di questo appuntamento: e’ veramente importante? E’ successo qualcosa di strano con le tue lettere. All’inizio le ho lette come si legge una notizia curiosa su un quotidiano, poi invece mi sono accorto che sono cresciute dentro di me, come un sentimento di risveglio.&nbsp;</div><div>Leggendo come si vive in Kirghisia, ho notato tante cose assurde qui, che prima nemmeno vedevo. Ho capito che, senza accorgermene, mi sono abituato a non vivere. Silvano, sono stanco, sono stanco fisicamente e mentalmente. I miei impegni sono cosi’ lontani dalla vita e dalle cose che realmente vorrei fare e spesso faccio fatica a trovare stimoli per andare avanti.&nbsp;</div><div>Vivo nella speranza che arrivi presto il fine settimana per avere un po’ di tempo libero per me ma poi quando ce l’ho, spesso mi capita di non sapere come spenderlo.&nbsp;</div><div>Non sono piu’ abituato a stare con me stesso e ad ascoltarmi.&nbsp;</div><div>Come sono potuto arrivare a questo? Come ho potuto permetterlo?&nbsp;</div><div>I pensieri che ho fatto in questo periodo grazie a te, mi stanno dando la forza per concepire una nuova vita. Sto progettando una serie di cambiamenti e questi pensieri diverranno azioni. Sto’ gia’ meglio.</div><div>Queste tue lettere mi hanno dato speranza. Mi hanno fatto immaginare la mia vita in un altro modo. Verro’ presto a trovarti e nell’attesa spero che il modo di vivere della Kirghisia arrivi fin qui, contagiando pezzo per pezzo tutto questo meraviglioso e tormentato pianeta.&nbsp;</div><div>Ciao Silvano vado a fare finta di essere coinvolto in qualcosa..... ma ancora per poco.</div><div><br></div><div><span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">	</span>Fabio Volo</div><div><br></div><div>.............per me giocare e’ come respirare i sogni.............</div><div>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;bambino kirghiso</div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div>Biografia</div><div><br></div><div><br></div><div>Silvano Agosti nasce la prima volta a Brescia il 23 marzo 1938. A 17 anni si diploma all’Istituto Magistrale e parte per Londra col desiderio segreto di vedere la casa natia di Charlie Chaplin. Rimane un anno in Inghilterra alternando i lavori piu’ umili cosi’ pure per un anno in Francia e uno in Germania. Infine parte per un viaggio intorno al Mediterraneo in autostop. Visita come un pellegrino medievale Grecia, Turchia, Siria, Libano, Gerusalemme, Egitto, Libia e Tunisia. Nel 1962 si diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Dal 1963 al ’65 segue un corso di perfezionamento all’Istituto di Stato del cinema di Mosca, dove si specializza in tecnica del montaggio e compie uno studio particolare sull’opera di Serghej M.Ejzenstejn, dopo aver visitato le quindici repubbliche dell’Unione sovietica. Si stabilisce in seguito a Roma dove gira quasi tutti i suoi film e dove vive, gioca e lavora, dopo aver alternato viaggi in America e in India.</div><div><br></div>            
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		  <span style="color: rgb(51, 51, 51); font-family: 'lucida grande', tahoma, verdana, arial, sans-serif; font-size: 11px; line-height: 16px; "><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">Noi siamo gente comune. Siamo come te: persone che si alzano ogni mattina per studiare, lavorare o per trovare lavoro, persone che hanno famiglia e amici. Persone che lavorano duramente ogni giorno per vivere e dare un futuro migliore per chi li circonda.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">Alcuni di noi si ritengono progressisti, altri &nbsp;conservatori. Alcuni credenti, altri no. Alcuni hanno un'ideologia ben definita; apolitica altri ... Però noi tutti siamo preoccupati e indignati per lo sviluppo politico, economico e sociale che vediamo intorno a noi. Attraverso la corruzione di politici, imprenditori, banchieri ... Nel senso di impotenza della gente comune.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">Questo ci fa male a tutti ogni giorno. Ma se siamo tutti uniti, possiamo cambiare.É&nbsp;tempo di muoversi, il tempo per costruire insieme una società migliore. Pertanto fortemente sostengono che:&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">Le priorità di qualsiasi società avanzata deve essere l'uguaglianza, il progresso, la solidarietà, la libertà di accesso alla cultura, la sostenibilità ecologica e lo sviluppo, il benessere e la felicità delle Persone.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">Ci sono diritti fondamentali che dovrebbero essere coperti in queste società: il diritto alla casa, all'occupazione, cultura, sanità, istruzione, partecipazione politica, libero sviluppo personale, e dei diritti di consumo dei beni necessari per una vita sana e felice.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">L'attuale funzionamento del nostro sistema di governo e economico non &nbsp;riesce ad affrontare queste priorità e costituisce un ostacolo al progresso umano.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">La democrazia è del popolo (demos = popolo, crazia = governo) per tanto il governo dovrebbe essere del popolo. Tuttavia, in questo paese la maggior parte della classe politica nemmeno ci ascolta. Le sue funzioni dovrebbe essere quello di portare la nostra voce alle istituzioni, facilitando la partecipazione politica dei cittadini attraverso i canali diretti che offrono i maggiori vantaggi per la società in generale, non per arricchirsi e prosperare a nostre spese, frequentando solo i dettami della maggiori potenze economiche e aggrappandosi al potere attraverso una dittatura guidata dal (PPSOE) &nbsp;immobile acronimo partitocrática.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">L'accumulo di potere in poche Persone crea disparità, tensione e ingiustizia, che porta alla violenza che noi ripudiamo. L'obsoleto e l'innaturale modello economico blocca la macchina sociale portandola in una spirale che consuma se stassa arricchendo pochi e fa precipitare nella povertà la scarsità; nell'ignoranza le persone. Fino al crollo.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">La volontà e lo scopo del sistema è l'accumulo di denaro posto al di sopra dell'efficienza e il benessere della società. Spreco di risorse, distrugge il pianeta, creando disoccupazione e dei consumatori infelice.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">I cittadini sono parte di ingranaggio di una macchina progettata per arricchire una minoranza che non conosce i nostri bisogni. &nbsp;Siamo anonimi, ma senza di noi tutto questo non esisterebbe, siamo noi che muoviamo il mondo.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">Se come società impariamo a non fidarci delle promesse di una astratta economia che mai è a beneficio della maggioranza, potremmo eliminare gli abusi e carenze che tutti soffriamo.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">È necessaria una rivoluzione etica. Abbiamo messo i soldi al di sopra dell'essere umano e dobbiamo metterlo al nostro servizio. Siamo Persone, non prodotti sul mercato. Io non sono solo quello che compro, perché lo compro e a chi lo compro.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">Per tutto quanto, io sono indignato.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">Penso di poter cambiare.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">Penso di poter aiutare.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">So che insieme possiamo.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">Uscire con noi. É vostro diritto.&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">&nbsp;</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">io sono</p><p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-size: 11px; line-height: 1.5em; ">io manifesto</p></span>            
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        <published>2011-05-22T02:51:00Z</published>
        <updated>2011-05-22T02:51:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[Tutto é possibile, l'iporante é crederci.]]></title>
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		  <span><div style="text-align: center;"><font size="7"><span><img src="http://www.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/21911/earth-9 copia1.JPG" alt=""></span><br></font></div><div style="text-align: center;"><br></div><div style="text-align: center;"><br></div></span>
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        <published>2011-03-27T18:32:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Video lettura]]></title>
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        <published>2011-03-22T13:56:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[Art.11 Cost. : l'Italia ripudia la guerra...]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <div style="text-align: center;"><strong><em><font size="7">PACE</font></em></strong></div><div style="text-align: center;"><strong><em><font size="7"><br></font></em></strong></div><div><strong>Art. 11 Cost.: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà</strong></div><div><strong>degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie</strong></div><div><strong>internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle</strong></div><div><strong>limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e</strong></div><div><strong>la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni</strong></div><div><strong>internazionali rivolte a tale scopo</strong><strong>.</strong></div><div><strong><br></strong></div><div>LA DICHIARAZIONE DI PRINCIPIO E LE SUE CONTRADDIZIONI INTERNE</div><div>Reduci dall’esperienza traumatica della seconda guerra mondiale, i padri costituenti</div><div>inserirono tra i principi fondamentali questo articolo, con l’obiettivo di marcare</div><div>chiaramente il rifiuto, anzi il ripudio (termine ben più forte), da parte del nostro Paese</div><div>di considerare lecita la guerra: essa è proibita sia come “strumento di offesa”, quindi</div><div>in funzione aggressiva, sia come “mezzo di risoluzione delle controversie</div><div>internazionali”, quindi con scopi diplomatici.&nbsp;</div><div>Fin qui il dettato costituzionale è molto chiaro e tuttora moderno. Dopo un avvio così</div><div>risoluto, subentra però una seconda parte dell’articolo che smorza il vigore iniziale e</div><div>rende decisamente meno incisivo il dichiarato ripudio dell’azione bellica. Infatti,</div><div>riconoscendo che la pace può essere meglio garantita e tutelata da iniziative di</div><div>cooperazione internazionale, l’Italia ammette la possibilità che si verifichino</div><div>“limitazioni di sovranità necessarie” entro ordinamenti che assicurino pace e giustizia</div><div>tra i popoli. Il sottinteso riferimento è all’ONU, che non viene giustamente menzionata</div><div>in quanto essa rappresenta sì la maggior organizzazione internazionale che promuove</div><div>pace e giustizia nel mondo, ma non l’unica.&nbsp;</div><div>E’ evidente infatti come, per problemi di questo tipo, sia impensabile ragionare entro il</div><div>ristretto orizzonte nazionale e sia, invece, necessario considerare il contesto</div><div>internazionale in cui l’Italia si trova ad agire: non è dunque possibile, oggi ancor più</div><div>che nel dopoguerra, ipotizzare delle norme che non tengano conto della situazione</div><div>sovranazionale. Fin dal 1955 (anno dell’adesione del nostro Paese all’ONU) al dettato</div><div>costituzionale si accompagnano vincoli corrispondenti di diritto internazionale. In</div><div>questo senso è da ricordare come la Carta dei diritti fondamentali dell’ ONU, stilata nel</div><div>1945 a San Francisco, affermi fin da subito (art.1) che fini delle Nazioni Unite sono</div><div>“mantenere la pace e la sicurezza internazionale (…) prendere efficaci misure</div><div>collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di</div><div>aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in</div><div>conformità ai princìpi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la</div><div>soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare ad</div><div>una violazione della pace”. Nei paragrafi 3 e 4 del secondo articolo, poi, ribadisce che</div><div>“i membri devono risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in</div><div>maniera che la pace e la sicurezza internazionale, e la giustizia, non siano messe in</div><div>pericolo” e che essi ”devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia</div><div>o dall'uso della forza, sia contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di</div><div>qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni</div><div>Unite”. Come ha più volte sottolineato la Corte costituzionale, l’Italia, essendo</div><div>membro dell’ONU, deve sottostare obbligatoriamente e senza mediazioni a questi</div><div>principi, per la cui applicazione non è necessaria un’integrazione della legislazione</div><div>nazionale, in quanto la magistratura competente è tenuta ad applicarli direttamente.&nbsp;</div><div>1Essendo inoltre l’Italia membro dell’Unione Europea, essa deve ratificare i trattati che</div><div>l’UE approva: tali documenti sono convalidati con legge ordinaria, ma essendo dotati</div><div>di forza attiva sono equiparabili a norme costituzionali; si veda a questo proposito la</div><div>sentenza 399 emanata nel 1987 dalla Corte Costituzionale. Con la medesima</div><div>disposizione e con altre (ad esempio le sentenze 183/73 e 232/89) la Consulta ha poi</div><div>posto il cosiddetto contro limite, ovvero un limite al primato del diritto comunitario su</div><div>quello interno: in base a tale concetto, le limitazioni di sovranità consentite dall’art. 11</div><div>non possono essere invocate per luogo ad una violazione dei principi fondamentali</div><div>della nostra Costituzione.</div><div>Noi crediamo però che la nostra Costituzione, proprio in quanto espressione dei valori</div><div>e degli ideali più autentici di cittadini che sono italiani e nello stesso tempo aperti al</div><div>mondo, dovrebbe dichiarare senza ambiguità di fare suoi i principi fondanti di</div><div>un’organizzazione mondiale istituita proprio per garantire un diritto umano</div><div>fondamentale, dal quale dipendono molti altri. Infatti se ogni diritto ha evidentemente</div><div>una sua importanza, pare difficile ipotizzare una piena realizzazione del diritto allo</div><div>sviluppo o alla salute o all’istruzione in condizioni di guerra.&nbsp;</div><div>Una disposizione costituzionale di questo tipo, con un vigoroso richiamo alle</div><div>organizzazioni internazionali, servirebbe a sottolineare come l’Italia si trovi ad</div><div>operare, necessariamente ed orgogliosamente, all’interno di un sistema che in parte la</div><div>sovrasta. Necessariamente perché in un mondo ‘globale’ nessuno può procedere da</div><div>solo. Orgogliosamente perché l’Italia crede fermamente negli organismi internazionali,</div><div>come dimostra il fatto che è stata tra i fondatori dell’ “Europa a sei” negli anni ’50.</div><div>Quanto poi all’ONU, ci pare da sottolineare un altro aspetto. L’Italia vi partecipa da più</div><div>di 50 anni e ne condivide valori e regole, però come molti altri paesi non vi partecipa</div><div>“in condizioni di parità con gli altri stati”: sappiamo infatti come tutte le decisioni delle</div><div>Nazioni Unite prese dall’assemblea generale debbano venire &nbsp;ratificate dal consiglio di</div><div>sicurezza, un organismo ristretto costituito da cinque Paesi (Usa, Gran Bretagna,</div><div>Francia, Cina e Russia) che dispongono del il diritto di veto, per cui un loro parere</div><div>contrario blocca qualsiasi decisione presa in sessione plenaria. Ribadire nella</div><div>Costituzione la fiera determinazione con cui l’Italia si richiama agli organismi</div><div>internazionali può significare anche – almeno noi lo crediamo – richiamare l’attenzione</div><div>su un tema oggi di grande discussione quale il funzionamento del consiglio di</div><div>sicurezza dell’ONU.&nbsp;</div><div>IL DIRITTO DEI POPOLI ALLA PACE E L’ELIMINAZIONE DELLA MINACCIA DELLA</div><div>GUIERRA: MA QUALE GUERRA?</div><div>La DICHIARAZIONE SUL DIRITTO DEI POPOLI ALLA PACE (Risoluzione dell’Assemblea</div><div>Generale 39/11 del 12 novembre1984) ha proclamato solennemente il “sacro diritto”</div><div>di tutti popoli del pianeta alla pace e, insieme, l’obbligo fondamentale di ciascuno</div><div>stato alla realizzazione di tale scopo. &nbsp;In questo contesto si è sottolineato come, per</div><div>garantire l’esercizio di questo diritto, siano necessarie politiche “indirizzate</div><div>all’eliminazione della minaccia della guerra, in particolare della guerra nucleare”. La</div><div>sottolineatura implicitamente pone una domanda e propone una doverosa riflessione.</div><div>Quando parliamo genericamente di ‘guerra’, infatti, oggi a quale scenario bellico</div><div>facciamo riferimento?</div><div>Cosa intendiamo cioè oggi per &nbsp;‘guerra’ (parola tanto usata, quanto sfuggente nei suoi</div><div>diversi significati)? &nbsp;Essendo l’altra faccia della medaglia della pace, con essa</div><div>dobbiamo necessariamente fare i conti, ricordando che della pace si dà di solito una</div><div>definizione in negativo (pace = assenza di guerra). Per pace negativa si intende una</div><div>condizione di assenza di guerra, intesa come atti ostili e violenti tra stati; tale</div><div>situazione può definirsi anche passiva, per il fatto che per la sua attuazione si richiede</div><div>da parte dei vari enti in causa un non facere, un'astensione da atti bellici. La pace</div><div>2positiva è una cessazione degli atti ostili, ma a differenza della precedente essa si</div><div>traduce in comportamenti di cooperazione che mirano a ricreare un ordine</div><div>internazionale, diverso da quello idoneo a provocare conflitti, quindi si può parlare</div><div>propriamente di facere.&nbsp;</div><div>Gli esperti ci dicono che negli ultimi decenni il concetto di guerra è radicalmente</div><div>cambiato: in passato i contendenti erano ben riconoscibili e gli altri (che spesso da</div><div>questa situazione non traevano danno ma profitto) si dichiaravano neutrali. Con le</div><div>grandi guerre del Novecento, la seconda soprattutto, &nbsp;è finita la distinzione netta tra</div><div>belligeranti e neutrali; la minaccia del nucleare poi ha fatto capire che chiunque</div><div>fossero i contendenti &nbsp;l’intero pianeta sarebbe stato danneggiato. Oggi spesso si fatica</div><div>a capire chi sia il nemico perché le guerre non sono più frontali e hanno dei</div><div>‘sotterranei’ moventi economici di difficile individuazione; i confini del terrorismo, poi,</div><div>non sono linee fortificate difficili da abbattere ma almeno facilmente individuabili, e a</div><div>tutto ciò si aggiunge l’industria dell’informazione che fa circolare notizie incontrollabili.</div><div>Moltissimi poteri sono in gioco e nuovi metodi destabilizzano gli scenari consueti</div><div>(pensiamo all’11 settembre). Quando gli esperti ci parlano di “guerra diffusa” ci</div><div>indicano proprio questo: non due nemici schierati di fronte, ma infiniti poteri che</div><div>spesso – contrariamente al passato – lavorano non per abbreviare il conflitto e</div><div>arrivare presto alla pace, ma per prolungarlo in altre forme perché produce nuova</div><div>ricchezza e nuovo potere.</div><div>Le forme militari tradizionali stanno cambiando. Non sarebbe meglio, allora, utilizzare</div><div>almeno un plurale (“le diverse forme di guerra” anziché “la guerra” ) per significare le</div><div>tante forme in cui oggi si presentano i conflitti?</div><div>Noi proponiamo di inserire questa variante nell’articolo 11.</div><div>LE MISSIONI MILITARI DI PACE: SOLO UN OSSIMORO O UNA OPPORTUNITA’ VERA?</div><div>IL RUOLO DELLE ARMI E QUELLO DELLA DIPLOMAZIA</div><div>Un aspetto cruciale, su cui spesso si discute, è l’esistenza delle cosiddette missioni di</div><div>pace. Sono uno degli esempi di intervento dell’autorità internazionale in zone di</div><div>conflitto, col proposito di salvaguardare l’incolumità delle popolazioni in lotta, delle</div><div>terre, delle infrastrutture e dei beni monumentali e artistici, di somministrare</div><div>medicinali e beni di prima necessità oltre che di catturare presunti criminali (in base al</div><div>principio di responsabilità penale personale internazionale). Si configurano come</div><div>interventi civili o militari, ma la forma più delicata e controversa è sicuramente la</div><div>seconda, anche perché la cosiddetta “guerra umanitaria” può sembrare un espediente</div><div>retorico che maschera con abilità dialettica scopi meno nobili. Non è in ogni caso</div><div>pienamente compatibile con i diritti umani né sul piano morale né su quello giuridico:</div><div>il riconoscimento di tali diritti fondamentali rende infatti imperativo il divieto della</div><div>guerra e obbliga a ricercare a perseguire vie e metodi alternativi ad essa.&nbsp;</div><div>Oggi siamo in possesso di numerosi strumenti complementari e alternativi, come le</div><div>operazioni di polizia internazionale, le pressioni che possono essere esercitate</div><div>dall’opinione pubblica e soprattutto la diplomazia, ma essi devono essere potenziati e</div><div>in questo senso potrebbe essere utile che la Costituzione stessa chiarisse sia le</div><div>specifiche prerogative del corpo diplomatico, indicandolo come strumento principe per</div><div>risolvere conflitti latenti o in procinto di esplodere, sia i doveri e i limiti delle missioni</div><div>umanitarie coordinate da enti sovranazionali. Oltre che a livello morale, ciò</div><div>comporterebbe anche un risparmio a livello economico, perché costa molto meno far</div><div>funzionare organizzazioni come l’ONU che pagare militari e tecnologie, esponendo</div><div>moltissime persone ad enormi rischi e il territorio a possibili devastazioni ambientali.&nbsp;</div><div>Il capitolo VI della carta dell’Onu è dedicato proprio alla risoluzione pacifica delle</div><div>controversie, mentre quello seguente afferma che il consiglio di sicurezza “può</div><div>intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per</div><div>3mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può</div><div>comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o</div><div>terrestri di Membri delle Nazioni Unite”. Si sottolinea poi come tutti gli stati membri</div><div>debbano avere delle forze militari da mettere a disposizione.&nbsp;</div><div>Il problema si pone nel caso il nostro Paese debba partecipare a qualcuna di queste</div><div>missioni: sarebbe infatti un intervento militare volto a sciogliere quelle controversie</div><div>che l’art.11 della nostra Costituzione vieta di risolvere in questo modo; nella carta</div><div>dell’ONU è poi scritto chiaramente che” le misure prese da Membri nell'esercizio di</div><div>questo diritto di autotutela sono immediatamente portate a conoscenza del Consiglio</div><div>di Sicurezza e non pregiudicano in alcun modo il potere e il compito spettanti, secondo</div><div>il presente Statuto, al Consiglio di Sicurezza, di intraprendere in qualsiasi momento</div><div>quell'azione che esso ritenga necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la</div><div>sicurezza internazionale.”</div><div>Crediamo che andrebbero riviste almeno alcune formule di adesione del nostro Paese</div><div>all’ONU, ma dato che tale considerazione, seppur importante, esula dal presente</div><div>nostro progetto, ci limitiamo a richiedere che nell’ art. 11 si rafforzino le dichiarazioni</div><div>riferite al potenziamento di ogni azione diplomatica.</div><div>LA PACE INTERNA ALLO STATO</div><div>Per quanto riguarda la situazione interna, tutto parte dall’art. 2 ("La repubblica</div><div>riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle</div><div>formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri</div><div>inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale") e dal 52 ("La difesa della</div><div>patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi</div><div>stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del</div><div>cittadino, né l'esercizio dei diritti politici. L'ordinamento delle forze armate si informa</div><div>allo spirito democratico della repubblica"). L’art. 2 ci pare ancora decisamente</div><div>moderno, e tra i diritti inviolabili è evidentemente compreso anche quello alla pace -</div><div>specificato poi dall’art.11- mentre l’art. 52 crediamo andrebbe modificato prendendo</div><div>atto dell’evoluzione del pensiero in senso liberale. Con il Decreto legislativo 8 maggio</div><div>2001 n. 215, infatti, il governo italiano ha sospeso (non abolito, dal momento che</div><div>sarebbe servito un lungo e laborioso iter parlamentare trattandosi di una norma</div><div>costituzionale) la leva militare obbligatoria, lasciandola come possibilità assolutamente</div><div>volontaria, fatta eccezione per casi estremi che pregiudichino la salvezza della patria.&nbsp;</div><div>LE MINORANZE, I DIRITTI, LA PACE</div><div>Si tratta il tema delle minoranze nell’ambito del diritto universale alla pace perché il</div><div>rapporto delle minoranze con la cultura maggioritaria può generare gravi conflitti</div><div>sociali e minare la condizione di pace interna del paese, fondamentale per</div><div>l‘andamento del paese stesso.</div><div>Come abbiamo visto, la Costituzione all’art.11 promuove un tipo di pace ‘passiva’, che</div><div>comporta solo il ripudio della guerra, mentre noi auspichiamo l’approccio ad una</div><div>politica attiva che veda l’affermazione del confronto sul conflitto. Ed è con l’obbiettivo</div><div>della ‘pace attiva’ che l’Italia deve impegnarsi ad instaurare un dialogo interculturale</div><div>non solo mediante le organizzazioni internazionali, ma in primo luogo direttamente</div><div>con le culture minoritarie interne.</div><div>L'Italia costituzionalmente è uno Stato liberale, fondato sui principi di uguaglianza,</div><div>libertà di pensiero e di espressione di tale pensiero mediante dibattito libero e aperto.</div><div>In una società moderna, multinazionale ed interculturale in continua trasformazione</div><div>come quella odierna non è possibile non considerare la diversità di manifestazioni di</div><div>cultura e pensiero che accomunano certi gruppi costitutivi o che si sono costituiti in</div><div>4seno al corpo sociale, che prendono il nome di minoranze.&nbsp;</div><div>Lo Stato deve tutelare le minoranze in quanto espressione della volontà di</div><div>aggregazione del singolo e promuovere il dialogo con esse, il che significa fare i conti</div><div>con una tradizione di pensiero diversa. E’ essenziale ai fini del dialogo non considerare</div><div>le minoranze come stati nello Stato, bensì come parti di esso, in grado di provocare</div><div>cambiamenti (ed eventuali miglioramenti) significativi al suo interno.</div><div>Molti sociologi parlano di diritti collettivi, ovvero attribuibili alle minoranze che</div><div>vengono considerate come un corpus compatto, un grande individuo che ha diritto alla</div><div>propria autodeterminazione. Questa autodeterminazione è autorizzata e promossa</div><div>dalla Stato ad una condizione: che sia nei limiti della legalità.</div><div>LE MINORANZE, L’EDUCAZIONE</div><div>Ogni gruppo di minoranza è portatore di un'identità culturale che ha valori più o meno</div><div>radicati nella coscienza del singolo individuo. Sia che egli sia nato e cresciuto</div><div>all‘interno di una comunità minoritaria (come nel caso di quelle etniche e religiose),</div><div>sia che aderisca alla partecipazione in un secondo momento, il compito dello Stato è</div><div>garantire che l’ individuo veda rispettati i propri diritti (ed in primo luogo la libera</div><div>scelta, che contempla anche l’eventuale diritto di exit.). Ma l’educazione che i membri</div><div>di una comunità ricevono a partire dalla nascita si può considerare a lungo termine</div><div>ben più radicale e determinante del comportamento che l’individuo assumerà nel</div><div>contesto sociale. In quale misura possono le comunità di minoranza trasmettere i</div><div>propri valori alle nuove generazioni?</div><div>1) Ogni comunità ha diritto alla riproduzione mediante l'educazione delle nuove</div><div>generazioni</div><div>2) In un contesto di stato 'moderno' nella maggior parte dei casi i cittadini</div><div>appartengono a più comunità. Quando il conflitto fra tratti ideologici e precetti diversi</div><div>o opposti accolti da differenti comunità assume una connotazione politica può</div><div>provocare la divisione del paese e della popolazione. Pertanto è necessario che la</div><div>comunità di minoranza rinunci alla completa lealtà dei suoi appartenenti ogniqualvolta</div><div>i suoi principi siano più lontani di quelli della maggioranza rispetto ai diritti universali</div><div>dell'uomo, che sono anche alla base della Carta Costituzionale italiana.&nbsp;</div><div>LE MINORANZE, L’INTEGRALISMO, LA RELIGIONE</div><div>Se ci fosse la minima possibilità di dialogo, anche con una cultura completamente</div><div>antitetica, lo Stato sarebbe tenuto a portare avanti il confronto e nel modo più</div><div>indolore possibile.</div><div>Esistono però comunità aperte al confronto con la maggioranza ed altre che non</div><div>tollerano l’ingerenza dello Stato nella propria amministrazione.&nbsp;</div><div>Le prime sono tutelate dall’art.18 della costituzione.</div><div>Le comunità chiuse sono ‘integraliste’, ossia fondate su un modello dogmatico che</div><div>esprime valori impermeabili dall’esterno e prevede il controllo incontestabile di</div><div>un’autorità (sia essa religiosa o politica) sulle coscienze mediante una rigida</div><div>strutturazione gerarchica del potere. Le culture ‘chiuse’ impediscono ai propri membri</div><div>di godere dei diritti liberali-- regolano ogni singolo aspetto della loro vita privata ed</div><div>ostacolano o non consentono la formazione di una coscienza indipendente, ovvero</div><div>l’autodeterminazione del singolo.&nbsp;</div><div>Quando i valori espressi dalla cultura minoritaria collidono gravemente con quelli</div><div>propri della cultura dominante il conflitto non può che risolversi, come già si è</div><div>affermato circa la questione dell'educazione, con l’affermazione della prevalenza dei</div><div>diritti umani, intendendo per tali quelli relativi all’uguaglianza di tutti i cittadini di</div><div>fronte alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche;</div><div>5ai diritti alla vita ed all’integrità fisica, a libertà, sicurezza, garanzie processuali,</div><div>privacy, nazionalità, a formare una famiglia, a proprietà privata, libertà di pensiero,</div><div>coscienza e religione…</div><div>Tali diritti sono sanciti in quasi tutte le carte costituzionali europee ed anche in quella</div><div>italiana (agli art. 2, 3, 8, 13, 18, 19, 21, 29). I diritti umani non possono essere</div><div>soggetti ad interpretazioni arbitrarie (che potrebbero portare alla distorsione degli</div><div>stessi concetti alla base dei diritti ed alla giustificazione di atteggiamenti e principi</div><div>antiumanitari) da parte delle varie comunità, che devono sempre fare capo alla</div><div>comunità internazionale per questioni interpretative ed applicative.&nbsp;</div><div>I reati contro i diritti umani devono essere presi sotto esame dai tribunali</div><div>internazionali.</div><div>Per quanto riguarda l’integralismo religioso va considerato a questo punto il principio</div><div>della Laicità dello Stato espresso nella Costituzione all’art.18, che definisce “tutte le</div><div>confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge” ed implica il concetto</div><div>di Italia come Stato non confessionale, e l’art.19 che identifica il culto religioso come</div><div>frutto di una decisione del cittadino libera in quanto non condizionabile da alcuna</div><div>autorità esterna. La posizione di equidistanza assunta dallo Stato esprime il rifiuto</div><div>dell’integralismo che è alla base di ogni movimento religioso, in primis quello</div><div>maggioritario cattolico.</div><div>LE MINORANZE, L’IMMIGRAZIONE E IL LAVORO</div><div>Sempre nell'ambito dell'uguaglianza riteniamo opportuno proporre un'interpretazione</div><div>della questione dell'immigrazione in base al principio dell'uguaglianza positiva, che</div><div>afferma che "tutti gli uomini hanno uguali diritti fondamentali".</div><div>Alla luce di quanto è affermato sopra, non è la cultura maggioritaria a prevalere, bensì</div><div>quei "diritti inviolabili dell'uomo" (citati nell'art.2), che cioè non riguardano</div><div>specificamente il cittadino italiano o lo straniero, quanto l'umanità intera. A questo</div><div>proposito la Corte Costituzionale nella sentenza n°54 del 1979 aveva ravvisato</div><div>l'opportunità di interpretare il termine "cittadino" (impiegato nell'art.3) come quello</div><div>più generale di "uomo", nella stessa accezione in cui è utilizzato nell'art.2. Sostituendo</div><div>al cittadino l'uomo si elimina la barriera ontologica tra cittadino e straniero. Il diritto</div><div>alla "partecipazione [...] all'organizzazione politica, economica e sociale" è dunque</div><div>attribuito a tutti i "lavoratori", senza distinzione di nazionalità. Il lavoro, che è</div><div>considerato dalla Costituzione valore fondante dello Stato, dovrebbe essere il primo</div><div>diritto ad essere assicurato per "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale</div><div>che limitano di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini", in altre parole per</div><div>garantire la pace interna. Sono proprio condizioni di povertà ed incuria a generare</div><div>illegalità ed a promuovere la proliferazione del lavoro nero ed il sottopagamento,</div><div>indipendentemente dalla cittadinanza dei lavoratori.</div><div>In ultima analisi, per assicurare la pace interna è necessaria un'efficace politica del</div><div>lavoro, che attenuerebbe se non eliminerebbe la lotta per la sopravvivenza tra poveri.</div><div>L’UGUAGLIANZA</div><div>Il principio di uguaglianza negativa sancisce l’illegittimità della discriminazione nei</div><div>confronti degli uomini in base al loro essere (sesso e razza) ed appartenere ad una</div><div>cultura (lingua e religione). Lo Stato ha il compito intervenire se le comunità di</div><div>minoranza cadono nell’illegalità. Ma deve impedire ed eventualmente punire atti</div><div>discriminatori da parte di singoli o gruppi di cittadini nei confronti delle minoranze</div><div>basati non sull’agire di tali comunità ma sulla loro identità culturale.</div><div>6PROPOSTE DI MODIFICA DELLA COSTITUZIONE</div><div>In conclusione, affinché questo non sia solamente un lavoro di analisi e di critica,</div><div>veniamo ora a proporre indicazioni e inviti per un possibile miglioramento sempre nel</div><div>tracciato della Costituzione. Il dettato costituzionale dovrebbe, a nostro parere,</div><div>rinforzare l’attività diplomatica come strumento principe delle relazioni pacifiche tra</div><div>stati e anche aprire verso operazioni di politica internazionale, quando esse risultino</div><div>con ogni evidenza l’unica soluzione praticabile in presenza di urgenti e gravissime</div><div>minacce ai diritti umani fondamentali. Ci rendiamo conto che collocare in Costituzione</div><div>una tale disponibilità rischierebbe almeno in qualche caso di farci abbracciare quelle</div><div>armi che avevamo ripudiato e ci esporrebbe al rischio, talvolta, di favorire</div><div>involontariamente gli interessi non dichiarati di qualche grande potenza. Tale</div><div>disponibilità però ci sembra preferibile rispetto all’esclusione totale di qualsiasi ricorso</div><div>alle armi, che si porrebbe in contraddizione con noi stessi qualora dovessimo</div><div>ottemperare a richieste di organismi sovranazionali. Rischiamo così di entrare in</div><div>contrasto sia con noi stessi sia con gli altri, dal momento che sia dichiariamo di voler</div><div>garantire i diritti umani su scala planetaria sia non li garantiamo nel caso in cui</div><div>rifiutiamo di prendere parte alle missioni umanitarie.</div><div>Considerato che l’Italia è figlia di numerose tradizioni ed influenze culturali e tenendo</div><div>conto della sua appartenenza ed impegno nei confronti della Comunità Europea</div><div>nonchè della sua forte caratterizzazione internazionale, ci sembra inoltre doveroso che</div><div>la Carta Costituzionale riconosca il multiculturalismo del Paese. La politica sociale che</div><div>si dovrebbe adottare non è quella di integrazione forzata delle minoranze in una</div><div>tradizione loro estranea, bensì un approccio graduale e fondato su basi comuni ed</div><div>universalmente riconosciute.&nbsp;</div><div>Da tutto ciò deriva la nostra proposta per un testo dell’art. 11 che possa risultare più</div><div>moderno e adatto alla società attuale, più multiculturale e aperta a interscambi con</div><div>l’estero di quanto non fosse ai tempi dei Padri Costituenti:</div><div>L’Italia ripudia le diverse forme di guerra come strumento di offesa alla</div><div>libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie</div><div>internazionali e consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle</div><div>limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e</div><div>la giustizia fra le Nazioni. &nbsp;</div><div>L’Italia promuove e favorisce le organizzazioni sovranazionali, governative e</div><div>non, rivolte a tale scopo, sempre nel rispetto dei diritti umani</div><div>internazionalmente riconosciuti; come extrema ratio non si sottrae ad</div><div>urgenti e necessarie operazioni di polizia internazionale.</div><div>L’Italia e si impegna a potenziare la sua attività diplomatica, sia in ambito</div><div>estero sia interno. Entro i confini nazionali autorizza e promuove</div><div>l’autodeterminazione delle minoranze culturali nei limiti della legalità e della</div><div>tutela delle libertà democratiche dell’individuo appartenente alla comunità,</div><div>riconosce il dialogo interculturale come strumento di pace attiva e tutela il</div><div>diritto delle minoranze all’uguaglianza negativa.</div><div><br></div>            
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		  <p align="left"></p><div style="text-align: center;"><font color="#0000FF" face="'Times New Roman'" size="5"><strong><em><div style="background-color: rgb(255, 255, 255); padding-top: 5px; padding-right: 5px; padding-bottom: 5px; padding-left: 5px; margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; font-family: Arial, Verdana, sans-serif; font-size: 12px; color: rgb(0, 0, 0); font-style: normal; font-weight: normal; "><p style="text-align: center;"><iframe title="YouTube video player" width="380" height="290" src="http://www.youtube.com/embed/esLpcDcBuKA" frameborder="0" allowfullscreen=""></iframe></p><div style="text-align: center;"><br></div></div></em></strong></font></div><p></p>
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